martedì, luglio 16, 2019 Anno XV
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Gli articoli sono gentile concessione di Claudio Colaiacomo: dal libro Roma Perduta e Dimenticata  Compton Netwon Editori – segui Claudio su facebook o su twitter


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Busto Pinelli Trestevere

Roma deve moltissimo a Bartolomeo Pinelli perché, attraverso le sue incisioni, ha raccontato Roma d’inizio Ottocento ormai quasi del tutto sparita sia materialmente sia nei costumi e atteggiamenti del popolo. È una Roma dalla quale molto dello spirito romano moderno attinge le radici e in qualche modo riusciamo ancora a percepirne il retaggio. Pinelli nasce a Trastevere in via di San Gallicano dentro un palazzo che non esiste più, demolito per permettere il passaggio di viale Trastevere. Un busto e una lapide lo ricordano oggi presso il civico diciotto. È considerato “er pittore de Trastevere” non solo per il luogo di nascita ma anche perché i soggetti da lui preferiti erano i popolani, le loro tradizioni e mestieri che a Trastevere erano di casa. Tra le prime opere, una serie di trentasei acquerelli di “Scene e Costumi di Roma e del Lazio” che gli diedero grande popolarità in città. Negli anni a seguire dipingerà migliaia di scene popolari in tutta Italia pur legando la sua fama e notorietà all’Urbe. Bartolomeo era un uomo dal carattere piuttosto irascibile e stravagante, amava girare in città con una folta capigliatura, due grossi cani e un bastone che, all’occorrenza, usava per difendersi nelle zuffe in cui di tanto in tanto si cacciava. Giggi Zanazzo racconta un buffo aneddoto: Pinelli, infastidito dal violino del vicino che abitava al piano di sotto, si andò a lamentare, ma quello gli rispose che a casa sua faceva come gli pareva. Continua >>

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Gli articoli sono gentile concessione di Paolo Leone: dai siti corrieredellospettacolo.netculturaeculture.it, e settimanale MIO 


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Con l’anteprima solidale (incasso devoluto alle popolazioni colpite dal terremoto) del 26 settembre prosegue il progetto dedicato al drammaturgo David Mamet a Roma, al Teatro Eliseo che, dopo China Doll nella passata stagione, con Eros Pagni, vede ora in scena “Americani” (fino al 30 ottobre) e “American Buffalo” (al Piccolo dal 27 settembre al 23 ottobre). “Amici veri. Amici generosi. Amici per la pelle. Degli altri”. Questo era uno degli slogan promozionali del film “Americani”, del 1992, tratto dal testo teatrale di David Mamet (Glengarry Glen Ross), vincitore del Premio Pulitzer nel 1984. Azzeccatissimo, perché quello che potremmo definire lo zoo di Mamet, nel recinto di un ufficio, ci mostra uomini vittime e carnefici di un sistema spietato, che l’autore seppe dipingere anticipando il disastro economico (e umano) che avrebbe squassato il mondo occidentale una ventina di anni dopo. Tutti contro tutti, disperati alla ricerca del galleggiamento in un mare che annega chi non sgomita, i piccoli, i deboli, chi vende poco e chi incautamente acquista. Quella che all’epoca fu una critica dura al sistema capitalistico, è ora uno spaccato di un recentissimo passato, profetico allora quanto disarmante oggi.

Sergio Rubini, protagonista e regista di “Americani”, ne trasporta in Italia il suo adattamento, senza tradire il testo, conferendogli una più immediata intelligibilità e avvalendosi di un cast di prestigio: Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari, Roberto Ciufoli, Giuseppe Manfridi, Gianluca Gobbi e Federico Perrotta. Ora, provate a leggere il testo di Mamet e vi renderete conto del compito arduo di metterlo in scena, di dargli vita. Una serie infinita di brevissimi botta e risposta e tante, tantissime pause, silenzi, in cui si annida il senso recondito della pièce, la sua più intima drammaticità. Più facile in un film, coi suoi primi piani, col suo montaggio, con le sue sequenze che possono valere un intero monologo. In teatro è tutto molto più difficile. La scena è fissa davanti agli spettatori e se gli attori non riescono a trasmettere il non detto…sono guai. Rubini – Tognazzi, Gobbi – Ciufoli, Montanari – Manfridi, sono le tre coppie (le prime due di colleghi, la terza composta dallo scaltro venditore Riccardo Roma e un ingenuo cliente) che nel primo atto, a turno, preparano il precipitare della situazione fino al beffardo, amaro, cinico e drammatico finale.

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Ogni personaggio è dipinto con dovizia di sfumature psicologiche dalla penna di Mamet e ottimamente restituito dagli interpreti. Dal disperato Sonnino (Rubini) al cinico Mariani (Tognazzi), dal senza scrupoli Roma (Montanari) all’impaurito Arnone (Ciufoli), dal truffaldino Mossa (Gobbi) al cliente Boni succube della moglie (Manfridi), fino allo sbrigativo ispettore Balducci interpretato da Perrotta. Il nodo dello spettacolo è nei dialoghi che avvengono nel primo atto. Nodo drammaturgico ma anche nodo che paradossalmente tiene a freno (con qualche momento di noia) ciò che nel secondo atto esploderà nella sua grottesca drammaticità. Nodo che attribuisce alla messa in scena l’andamento sincopato della scrittura di Mamet, con una differenza di ritmo, tra primo e secondo atto, abissale. Può piacere o no. A me non entusiasma, ma è un problema di gusti. Il testo è quello e sono convinto, per quanto possa valere il mio parere, che sia più bello da leggere che non da rappresentare, set cinematografico o teatro che sia. “Americani”, in scena al Teatro Eliseo, potrà sicuramente crescere nelle settimane seguenti, ma delinea molto bene la decadenza di un mondo che è andato in fumo proprio come le sigarette fumate in scena. Lo fa col linguaggio crudo del suo autore e con l’ironia dell’adattamento di Rubini.

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Curva Nord Milano 1969
da curvanordmilano.net

NIENTE ROMA. COSI’ ABBIAMO DECISO.

Niente Roma.
Cosi abbiamo deciso.
Con buona pace di tutti.

La motivazione è tutta nel RISPETTO.
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