martedì, ottobre 22, 2019 Anno XV
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Gli articoli sono gentile concessione di Claudio Colaiacomo: dal libro Roma Perduta e Dimenticata  Compton Netwon Editori – segui Claudio su facebook o su twitter


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Busto Pinelli Trestevere

Roma deve moltissimo a Bartolomeo Pinelli perché, attraverso le sue incisioni, ha raccontato Roma d’inizio Ottocento ormai quasi del tutto sparita sia materialmente sia nei costumi e atteggiamenti del popolo. È una Roma dalla quale molto dello spirito romano moderno attinge le radici e in qualche modo riusciamo ancora a percepirne il retaggio. Pinelli nasce a Trastevere in via di San Gallicano dentro un palazzo che non esiste più, demolito per permettere il passaggio di viale Trastevere. Un busto e una lapide lo ricordano oggi presso il civico diciotto. È considerato “er pittore de Trastevere” non solo per il luogo di nascita ma anche perché i soggetti da lui preferiti erano i popolani, le loro tradizioni e mestieri che a Trastevere erano di casa. Tra le prime opere, una serie di trentasei acquerelli di “Scene e Costumi di Roma e del Lazio” che gli diedero grande popolarità in città. Negli anni a seguire dipingerà migliaia di scene popolari in tutta Italia pur legando la sua fama e notorietà all’Urbe. Bartolomeo era un uomo dal carattere piuttosto irascibile e stravagante, amava girare in città con una folta capigliatura, due grossi cani e un bastone che, all’occorrenza, usava per difendersi nelle zuffe in cui di tanto in tanto si cacciava. Giggi Zanazzo racconta un buffo aneddoto: Pinelli, infastidito dal violino del vicino che abitava al piano di sotto, si andò a lamentare, ma quello gli rispose che a casa sua faceva come gli pareva.

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Bartolomeo Pinelli

Pinelli senza batter ciglio rientrò in casa, inondò il pavimento d’acqua, accese la pipa e si mise a pescare. Quando il vicino bussò alla porta in preda al panico per l’acqua che gli sgocciolava nel soggiorno, lui rispose alla stessa maniera; è casa mia e pesco quanto mi pare. Era un carattere irriverente e a tratti apertamente anticlericale, atteggiamento che gli valse da un lato il rispetto di Gioachino Belli, suo contemporaneo, e dall’altro l’antipatia della chiesa. Forse per questo motivo la sua morte, avvenuta il primo aprile 1835 all’età di soli 54 anni, è avvolta nel mistero. Il suo funerale si tenne nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio presso la fontana di Trevi, in gran segreto poiché era stato scomunicato per non aver rispettato il digiuno pasquale. Della sua salma si è persa ogni traccia, probabilmente venne imbalsamata e deposta in una tomba anonima della chiesa o peggio gettata nel fiume. Le ricerche di storici e archeologi non hanno dato alcun esito, il sepolcro non è stato mai trovato. Oggi solo una piccola lapide nella chiesa lo ricorda. Sepolto vicino alle “frattaglie” dei papi, è così che il Belli racconta la tomba di Bartolomeo Pinelli, facendo riferimento all’antica usanza di conservare le interiora dei 40 papi in appositi vasi custoditi, ancora oggi, proprio nella cripta della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio.

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Cortello e Sassi Bartolomeo Pinelli

 


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