martedì, maggio 23, 2017 Anno XV
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Gli articoli sono gentile concessione di Claudio Colaiacomo: dal libro Roma Perduta e Dimenticata  Compton Netwon Editori – segui Claudio su facebook o su twitter


Tra i toponimi più curiosi del centro storico ne troviamo alcuni dal riferimento, in parte velato, alla prostituzione. Non stiamo parlando di un’improbabile via delle lucciole, che peraltro esiste a Cagliari, ma di via delle Convertite e via delle Zoccolette.

La prima è una traversa che da via del Corso conduce a piazza San Silvestro. Qui dai primi del Cinquecento esisteva un monastero di clausura che comprendeva la chiesa di Santa Lucia della Colonna. L’idea di un luogo per dare supporto spirituale e aiutare le peccatrici a tornare sulla retta via fu di papa Leone x, che istituì il monastero con la dichiarata intenzione di aiutare le meretrici e le peccatrici in genere ad abbandonare la via del peccato. Forse la controversa missione tra lo spirituale e il sociale fu responsabile di una serie di sfortune che flagellarono il monastero, la chiesa e la stessa via.

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San Giacomo alla Lungara

Nel 1617 l’intero complesso fu distrutto da un terribile incendio e subito ricostruito, e in quell’occasione la via prese il nome che mantiene tutt’oggi. Pochi anni più tardi la sfortuna toccò la chiesa di Santa Lucia. Fu prima sconsacrata e poi definitamente demolita per permettere l’allargamento della strada. Il monastero ricostruito non ebbe miglior sorte, divenne fabbrica per la manifattura del tabacco e poi demolito sotto il pontificato di Pio IX. L’attività di conversione delle povere donne continuò fervida sull’altra sponda del Tevere in via della Lungara a Trastevere, presso la chiesa e il convento di San Giacomo, anche questo demolito a fine Ottocento per la costruzione dell’argine del Tevere. Oggi sopravvivono solo la chiesa e un pezzetto di convento con un bel campanile romanico risalente al Trecento.

Nel rione Regola si trova l’altra via dal nome curioso e in questo caso forse ambiguo. Via delle Zoccolette si chiama così per la presenza nel Settecento del conservatorio dei santi Clemente e Crescentino di cui una parte fu dedicata da Clemente XI all’accoglienza di giovani donne orfane e senza marito. Una lapide, sopravvissuta incastonata nel muro del convento, quasi all’incrocio con via dei Pettinari, lascia pochi dubbi: “Pie povere zitelle e zoccolette”.

A differenza del convento delle Convertite, qui si faceva un’attività diremmo oggi preventiva, allo scopo di evitare che le piccole donne prendessero la strada della prostituzione.

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Via Delle Zoccolette

Per essere ammesse nel convento bisognava essere orfane di entrambi i genitori o come minimo di madre, e in questo caso erano figlie di “mater ignota” da cui deriva la malaparola “mignotta” che in romanesco significa proprio meretrice.

Lo zampino del popolo deve esserci entrato anche per il termine zoccolette. Già a metà dell’Ottocento il Ruffini ritiene il nome di origine popolare. Le piccole del convento erano dette zoccolette per gli zoccoli che portavano, oppure per la loro abilità a confezionare zoccoli, una delle competenze artigiane che apprendevano nel convento.

Da qui a definire “zoccole” le prostitute, il passo è piuttosto breve.

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