venerdì, gennaio 18, 2019 Anno XV
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MARCATORI: Cristante (R) al 14′, Kolarov (R) al 41′ p.t.; Ionita (C) al 40′, Sau (C) al 46′ s.t..

Cagliari-Roma: harakiri giallorossoCAGLIARI (4-3-1-2): Cragno; Srna, Ceppitelli, Klavan, Padoin (dal 20′ s.t. Pajac); Faragò, Bradaric (dal 35′ s.t. Cigarini), Ionita; Joao Pedro; Farias (dal 30′ s.t. Sau), Cerri (Aresti, Rafael, Andreolli, Pisacane, Romagna, Dessena, Doratiotto, Verde). All. Maran.

ROMA (4-2-3-1): Olsen; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Cristante, Nzonzi; Under, Zaniolo (dal 44′ s.t. Juan Jesus), Kluivert (dal 30′ s.t. Lu. Pellegrini); Schick (dal 38′ s.t. Pastore) (Fuzato, Mirante, Juan Jesus, Marcano, Santon, Perotti, Riccardi, D’Orazio). All. Di Francesco.

ARBITRO: Mazzoleni di Bergamo.

NOTE: spettatori 14.938. Espulso Maran al 45′ s.t. per proteste, Ceppitelli e Srna al 47′ per proteste. Ammoniti: Cristante e Faragò per gioco scorretto, Srna e Ceppitelli per proteste. Angoli: 7-5. Recupero: 0′ p.t., 7′ s.t.


da Il Messaggero del 9/12/2018

Un presente patetico, un futuro triste
Classifica imbarazzante e prospettive che puzzano di inutile

Una vergogna senza fine. Cosa altro aggiungere? Ormai si fa fatica anche a trovare le parole più o meno giuste, per raccontare quanto di osceno sta regalando la Roma ai propri tifosi. La partita di Cagliari è l’esatta sintesi del triste, per certi versi patetico, campionato della Roma. E dei suoi tesserati, nessuno escluso.

Se non era stato complicato riuscire nell’impresa di farsi rimontare due gol in casa dal Chievo; se non era stato difficile farsi battere dal Bologna che fino a quel momento non aveva segnato neppure un gol; se era stato un gioco da ragazzi farsi superare in casa dalla Spal che veniva da quattro sconfitte di fila; se non era stato problematico perdere in casa di un’Udinese derelitta, quanto accaduto a Cagliari supera tutte le brutture precedenti. Un pareggio che è peggio di una sconfitta per come è maturato, con la Roma capace di farsi rimontare due gol beccando addirittura il secondo in contropiede all’ultimo minuto di gioco e con la squadra avversaria in nove. In nove! Vergogna. La partita; anzi, il campionato sta dimostrando che la Roma ha clamorosamente toppato tutto. In estate, in autunno e, visto l’andazzo, se non (si) cambia rischia di farlo anche in inverno. Con una classifica oggi imbarazzante e prospettive che puzzano di inutile. Vogliamo ancora parlare di quarto posto? Mah.

La Roma non è riuscita a vincere nonostante due gol e due uomini di vantaggio. È possibile fare di peggio? No. E non si venga a dire che anche alla Roma mancavano uomini importanti perché il paragone, anche/ soprattutto economico, tra le due società non è neppure proponibile. Se poi il mercato ha portato a Trigoria ex giocatori sul viale del tramonto, stanchi, appagati e logori; se i vecchi sono sempre più vecchi; se i giovani non sono quei fenomeni che vengono accuratamente descritti come tali per portarsi avanti con le future plusvalenze; se l’allenatore continua sistematicamente a sbagliare mosse tattiche e cambi; se la squadra non ha uno straccio di anima; se non si prende mai di petto la situazione, senza guardare in faccia chicchessia; se nessuno si fa avanti assumendosi responsabilità evidenti, si andrà sempre avanti così. Non c’è scampo. Che brutta fine…

Mimmo Ferretti


da Il Messaggero del 9/12/2018

Vergogna Roma, Eusebio rischia

Persa non la partita, ma direttamente la faccia. Peggio di così non si può, perché il pari alla Sardegna Arena (2-2), ha il significato e anche il peso della sconfitta. E della resa. Tecnica, morale, agonistica, tattica e comportamentale. Scontato che Pallotta abbia messo nel mirino, al 20° match stagionale, Di Francesco, principale responsabile del finale da incubo, con il Cagliari che, all’ultimo respiro, realizza il gol decisivo in contropiede pur avendo 2 giocatori in meno e l’allenatore già negli spogliatoi. Il presidente giallorosso ce l’ha con il suo tecnico almeno quanto il suo collega Giulini con l’arbitro Mazzoleni. E gli dà i 7 giorni: ultima chiamata domenica sera contro il Genoa, dopo la gita di mercoledì a Plzen, nel turno conclusivo della fase a gironi di Champions.

NESSUNA GIUSTIFICAZIONE – Da raccontare solo quanto è successo dal minuto 40 della ripresa fino all’ultimo secondo del 5° minuto di recupero. Lì il suicidio della Roma, uscita definitivamente di scena. E, comunque, già ingiustificabile nell’atteggiamento con cui si è ripresentata in campo dopo l’intervallo. Appagata e presuntuosa ha buttato al vento il raccolto del 1° tempo, chiuso avanti con le reti di Cristante e Kolarov. Così ha permesso al Cagliari di restare in partita e di tenersi stretta l’imbattibilità casalinga. Con il gol di Ionita, su torre di Joao Pedro, e soprattutto con quello di Sau, a digiuno dal 4 febbraio, preso nonostante i 6 difensori schierati contemporaneamente da Di Francesco. Mazzoleni, dopo aver cacciato Maran, ha fischiato la punizione a favore dei giallorossi per il fallo di Faragò su Olsen e a seguire espulso sia Srna che Ceppitelli. La rete del pari, insomma, in 9 contro 11, umiliazione di fine giornata. Niente alibi, dunque. Non c’è da prendersela con l’arbitro di giornata né da imprecare per l’emergenza di questo periodo. Se Di Francesco, pur recuperando Manolas in extremis, non ha potuto schierare i titolari De Rossi, Lorenzo Pellegrini, El Shaarawy e Dzeko, Maran ha perso nel riscaldamento pure Pavoletti che si è aggiunto a Castro e Barella.

PANCHINA BOCCIATA – La Roma del 1° tempo, ordinata e compatta, non basta. Bene Cristante, a prescindere dal gol: regia e interdizione. Giusta l’interpretazione dei terzini, Florenzi e Kolarov, ad accompagnare ogni azione. A destra nasce il vantaggio, il mancino, con deviazione di Cerri, firma il raddoppio. Manca l’efficacia degli Under 21 del rombo offensivo: Schick, al 5° match di fila da titolare, spara ancora a salve; Under e Kluivert duranno fino all’intervallo o poco più e Zaniolo, sempre intraprendente, pensa più a se stesso che agli altri. L’attacco non ha efficacia e ormai si sa. Ma Di Francesco, intervenendo in corsa, fa addirittura precipitare la situazione: Luca Pellegrini per Kluivert da esterno alto a sinistra e a seguire Pastore per Schick da falso nove. E, prima del recupero Jesus per Zaniolo e il 5-4-1. E per prendere, con 2 uomini in più, il pari di Sau. I giallorossi riscoprono, dopo 31 anni, quanto sia doloroso farsi raggiungere nonostante la doppia superiorità numerica: ultima volta, il 25 ottobre del 1987, all’Olimpico contro il Napoli di Maradona (rosso a Careca e Renica, pari di Francini dopo il vantaggio di Pruzzo). Adesso, però, più che i 21 punti in 15 partite (14 in meno dell’anno scorso), sono i 7 nelle ultime 7 a preoccupare. Ritmo da zona retrocessione e non da zona Champions.

Ugo Trani


da ilfattoquotidiano.it del 10/12/2018

Serie A, la Roma è ormai una barzelletta: altro che Di Francesco, bisogna esonerare Monchi e Pallotta

Cagliari-Roma è una barzelletta, la Roma è una barzelletta: sta vincendo 2-0 una partita dominata, che avrebbe regalato 3 punti preziosi per la classifica e serenità a tutto l’ambiente; finisce per pareggiarla 2-2 al 94’, subendo due gol in una manciata di minuti, il secondo a tempo scaduto e in doppia superiorità numerica. Ci sarebbe da piangere se non facesse già abbastanza ridere, come dimostra il ghigno sconsolato di Eusebio Di Francesco sulla rete di Marco Sau.

L’ilarità generale – dei tifosi avversari, ma a questo punto anche a quelli giallorossi converrebbe prenderla con autoironia – prosegue nel dopo partita: battute a ripetizione, squadra in ritiro punitivo in vista di una partita che non conta nulla (in Champions, contro il Viktoria Plzen, con la qualificazione già in tasca), allenatore prima in discussione e poi confermato a distanza di poche ore. E ci mancherebbe altro: prima di cacciare Di Francesco, bisognerebbe mandar via da Trigoria mezza dirigenza giallorossa, a partire dal direttore Monchi e il presidente James Pallotta.

Premessa: difendere Di Francesco è impresa ardua, anche per i suoi più accaniti sostenitori (e chi scrive non rientra certo fra questi). La classifica è impietosa: ad oggi la Roma è lontana dall’obiettivo minimo del quarto posto, ha gli stessi punti della neopromossa Parma. Non c’è gioco, non c’è convinzione: la squadra ha i soliti problemi, fa sempre gli stessi errori; approccia male le partite o si smarrisce nel suo corso alla prima difficoltà. Inevitabile che l’allenatore finisca sul banco degli imputati: gli si possono rinfacciare tanti errori, alcune scelte cervellotiche. Soprattutto il fatto di aver dato alla sua squadra delle idee (fin troppo dogmatiche e rigide, come lui) ma non una vera identità, che si è vista a tratti solo alla fine dell’anno scorso durante quel mese magico della cavalcata europea. Però poi non è responsabilità dell’allenatore se la Roma pareggia a Cagliari in quella maniera, facendosi sorprendere in contropiede al quarto minuto di recupero in 11 contro 9: in campo ci vanno i calciatori. Benissimo, è colpa loro. Fino a un certo punto: non è colpa di Schick, Zaniolo e Kluivert se in campo ci sono loro e non i campioni che la Roma dovrebbe avere, in parte aveva.

La Roma di oggi è una barzelletta perché è una squadra senza né capo né coda. Monchi, manager fotogenico arrivato da Siviglia con tante coppe in bacheca, fin qui ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare, almeno per un direttore sportivo che ha l’obiettivo di vincere (o almeno provare a farlo) subito, come la Roma, e non in un progetto a lungo periodo basato più sulla valorizzazione dei giovani che sui risultati, come una provinciale qualsiasi. Giocatori tutti giovani, molto simili fra loro, con gli stessi equivoci tattici e un deficit evidente di personalità: lo scivolone di Cagliari è esattamente ciò che ti puoi aspettare da una formazione di ragazzini promettenti, senza esperienze alle spalle. Mentre l’unico grande acquisto dell’estate, Javier Pastore, per ora è stato anche uno dei più grandi flop del campionato, ma anche qui un dirigente navigato come Monchi avrebbe dovuto forse pensarci due volte prima di scommettere su un giocatore di estremo talento che però da tre anni giocava poco e male nel ritiro dorato del Psg.

Ce ne sarebbe a sufficienza per crocifiggere Monchi, se non fosse evidente che anche lui risponde a delle direttive dall’alto con cui forse si poteva fare meglio, ma non troppo diversamente. La proprietà di Pallotta sembra interessata solo alle plusvalenze e alla stadio, non alla Roma intesa come squadra di calcio: tutto è rimandato alla costruzione a Tor di Valle, ma in Italia tanti altri club non hanno uno stadio di proprietà (anzi, non ce l’ha quasi nessuno) eppure riescono a fare calcio lo stesso (vedi il Napoli, ad esempio). Negli ultimi tre anni sono stati sistematicamente ceduti tutti i pezzi pregiati: solo la scorsa estate è stato scaricato Nainggolan (discutibile, ma ci può stare), è stato sacrificato Alisson (comprensibile, ma i soldi andavano reinvestiti), è stato venduto Strootman a fine agosto e mercato chiuso, senza nemmeno rimpiazzarlo (semplicemente inaccettabile).

Ora i nodi vengono al pettine e si fa il processo a Di Francesco. Già si fanno i nomi dei possibili sostituti (Paulo Sousa o Vincenzo Montella: auguri) e si rimpiangono le occasioni perse in estate. Ma un Antonio Conte, tanto per citare il tecnico più richiesto sulla piazza, o lo stesso Carlo Ancelotti, che ha più volte espresso il desiderio di sedere sulla panchina giallorossa ma alla fine si è accasato a Napoli, non andrebbero mai a lavorare per una società che ogni estate svende i suoi campioni e riparte più o meno da zero. Forse Di Francesco non è un grande allenatore, non è da Roma (che ha pur sempre portato in semifinale di Champions). Ma questa Roma di Monchi e Pallotta non merita di meglio.

Lorenzo Vendemiale