mercoledì, ottobre 17, 2018 Anno XV
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MARCATORI: Isco al 45’ p.t.; Bale al 13’, Mariano al 46’ s.t..

Champions League, Real-Roma: esordio in prima squadra per ZanioloREAL MADRID (4-3-3) Keylor Navas; Carvajal, Sergio Ramos, Varane, Marcelo; Modric (dal 40’ s.t. Ceballos), Casemiro, Kroos; Bale (dal 28’ s.t. Mariano), Benzema (dal 17’ s.t. Asensio), Isco (Courtois, Nacho, Vazquez, Llorente). All. Lopetegui.

ROMA (4-3-3) Olsen; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nzonzi (dal 24’ s.t. Schick), De Rossi, Zaniolo (dal 9’ s.t. Lo. Pellegrini); Under, Dzeko, El Shaarawy (dal 17’ s.t. Perotti) (Mirante, Santon, Marcano, Cristante). All. Di Francesco.

ARBITRO: Kuipers (Olanda).

NOTE: spettatori 69.251. Ammoniti: Sergio Ramos, De Rossi e Dzeko per gioco scorretto. Angoli: 16-11. Recupero: 1‘ p.t., 3‘ s.t..


da corrieredellosport.it del 20/9/’18

Roma, il giorno non era ieri

Contro un Real che di marziano ha solo le orecchie di Bale, la Roma fa quello che può. L’onesta perdente. Troppo brutta e purtroppo vera. Schiacciata in area dalla propria reale pochezza più che dalla presunta galatticità dei bianchi. A tenerla in vita per quasi tutto il primo tempo sono le imprese di Olsen, che ha un solo torto, non chiamarsi Alisson, e la furente lucidità da trincea di un omerico De Rossi, che tanti imbecilli a Roma vorrebbero pensionare.

Lievemente meglio nella ripresa, più per l’indolenza merengue, svuotata dalla pochezza giallorossa e le scosse di Ünder, l’unico vivo là davanti. Basta lo sfregio tutto verticale di Modric via Bale per chiudere una partita mai stata aperta. Per il resto, da segnalare un Nzonzi che scammella lento e incomprensibile per il campo senza mai incrociare nemmeno per sbaglio la palla. Peggiore, ma di molto, del peggior Strootman. Uno Dzeko sempre più mister Malinconia e un Kolarov di cui improvvisamente ci si accorge dei capelli bianchi.

Il Real se la spassa. Alla fine sono tre e se non sono sei o sette è perché lo svedese tra i pali fa la piovra. Fioccavano alla vigilia appelli contrastanti, nel caos che la fa da padrone a Trigoria. Roma devi andare leggera di testa, Roma devi ritrovare l’anima, Roma te la devi giocare, Roma non puoi cercare il confronto alla pari. Zaniolo titolare al Bernabeu è la carta della speranza o della disperazione? Una lucida e calcolata follia o il salto nel vuoto del non saper più che pesci prendere e dunque optare per il più improbabile dei pesci, un ragazzo che debutta in Champions dopo essere stato convocato in Nazionale, senza aver mai giocato un minuto in serie A? Il paradosso di una consacrazione che avanza in assenza di prove. Diventerà qualcuno un giorno, ma il giorno non è oggi e forse nemmeno domani.

La verità s’impone. L’inverosimile galleria di sfondoni e aberrazioni, in entrata, in uscita, in ogni luogo, della gestione tecnica di Monchi, un cognome un destino, ha svuotato questa Roma. Una castrazione chirurgica, di tasso tecnico e di personalità. Una squadra intossicata da equivoci, giocatori presi a casaccio, doppi e di dubbia utilizzazione, di leader spenti e sfiduciati e di giovani che non sanno dove guardare per trovare fiducia (Kluivert in tribuna vogliamo parlarne? L’unico che poteva diventare un castigo nelle abituali mollezze del back madridista). “Ci vuole la partita della vita”, berciava qualche altro gnoccone parlante. “La partita della vita” vale per il Chievo se mai un giorno dovesse giocare al Bernabeu, ma addosso alla Roma è un concetto umiliante. E comunque non ha fatto nemmeno quella.

Giancarlo Dotto


da LEGGO del 21/9/’18

Codice Difra. Le scelte del tecnico bocciano il mercato estivo

No, questo mercato non mi è piaciuto. Non lo dirà (forse) a parole, ma lo fa capire coi gesti Di Francesco: Karsdorp e Kluivert in tribuna, Coric sul divano, Bianda in Primavera, Cristante e Pellegrini in panchina, Nzonzi fuori ruolo e poi sostituito. Insomma la Roma di Monchi al Bernabeu, se escludiamo un eroico Olsen, non ci ha quasi messo piede.

Poi c’è il tramite Zaniolo. Nella mitologia romana era Mercurio a portare messaggi tra gli dei. Mercoledì, nella terribile notte madrilena, questo ruolo lo ha ricoperto il 19enne ex Inter che non ha ancora nemmeno una presenza in serie A e si è ritrovato a giocare contro Modric e Isco.

“L’ho messo in campo perché lo merita, ma anche per dare un messaggio al gruppo”. E quindi a quei giocatori che una volta varcato il portone di Trigoria si sono sentiti in un porto sicuro. Ma il messaggio ha più di un destinatario. L’utilizzo dell’ex interista è, infatti, l’ennesimo sms in codice alla dirigenza. Di Francesco ha visto partire da quando è sbarcato a Roma: Salah, Paredes, Rüdiger, Emerson, Alisson, Nainggolan e Strootman.

Scelte avallate, non tutte ma quasi. Poi però ci sono state le richieste non esaudite: un terzino destro, un regista, un esterno alto di piede mancino. Si è ritrovato, invece, Pastore da adattare nel 4-3-3 e una serie di giovani che Eusebio giudica molto lontani dalla maturità completa. Così Bianda (6 milioni più 5 di bonus) viene spedito a far danni in Primavera, Coric viene utilizzato da esterno alto solo nell’amichevole col Benevento, Kluivert viene usato col contagocce mentre Luca Pellegrini finisce addirittura in tribuna in campionato.

L’altro colpo di Monchi, ovvero Schick, ha sempre più il sapore di un Iturbe-bis e non permette di pensare a un dopo Dzeko più sereno.

Acquisti, per ora, sbagliati che costringono Di Francesco ad affidarsi ai senatori. Anche loro, De Rossi a parte (per lui record di presenze in Champions, 58 una più di Totti), sembrano però senza motivazioni. Il reparto più confuso è il centrocampo. Una volta partito il punto fermo Strootman, Di Francesco ha cambiato 5 schieramenti in 5 partite. Mai gli era capitato in carriera. Se non è bocciatura dell’operato di Monchi poco ci manca. Una distanza, quella tra Di Francesco e la dirigenza, che per ora non mette a rischio la panchina di Eusebio ma che pone importanti interrogativi sul futuro proprio come accadde nell’ultimo anno di Garcia. Ieri c’è stato un confronto a Trigoria, in cui è stata ribadita la fiducia ma pure una discreta preoccupazione. Ora ci sono Bologna, Frosinone e Lazio: il futuro passa per le mani della famiglia Inzaghi.

Francesco Balzani


da LA REPUBBLICA del 21/9/’18

Trenta tiri del Real e 4 falli subiti: tutti i numeri di una rosa spenta

Quattro falli in novanta minuti, uno ogni 22’: praticamente i giallorossi hanno evitato anche solo di scontrarsi con i campioni d’Europa. Eppure quattro falli sono bastati a produrre la punizione del gol e due ammonizioni: insomma, sono anche stati spesi maluccio.

Lo specchio di una squadra che ha smarrito la cattiveria con cui solo 5 mesi fa aveva conquistato le semifinali di Champions. E spalancato la porta all’avversario. La semplicità con cui la Roma espone Olsen alle iniziative avversarie deve gelare il sangue al portiere svedese: 30 tiri subiti al Bernabeu, 102 da quando è iniziata la stagione, che in media vuol dire più di 20 a partita.

In estate Monchi ha completato la sua seconda rivoluzione in due anni: 13 acquisti, 7 cessioni. Un tourbillon di 35 calciatori della prima squadra movimentati con almeno 11 “titolari” finiti altrove. Le cessioni sono argomento tabù a Trigoria, dove tutti guardano al futuro. In attesa di capire di che colore sia.

Matteo Pinci