giovedì, novembre 15, 2018 Anno XV
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MARCATORI: Kessie (M) al 40’; Fazio (R) al 14’, Cutrone (M) al 50’ s.t.

Milan-Roma: 3ª partita su 3 senza capo né coda per la RomaMILAN (4-3-3): G. Donnarumma; Calabria, Musacchio, Caldara, Rodriguez (dal 31’ s.t. Laxalt); Kessie, Biglia, Bonaventura (dal 39’ s.t. Cutrone); Suso, Higuain, Calhanoglu (dal 36’ s.t. Castillejo). (Reina, A. Donnarumma, Abate, Caldara, Simic, Bertolacci, Mauri, Bakayoko, Borini). All. Gattuso.

ROMA (3-4-1-2): Olsen; Fazio, Manolas, Marcano (dal 1’ s.t. El Shaarawy); Karsdorp (dal 32’ s.t. Santon), De Rossi, Nzonzi, Kolarov; Pastore (dal 23’ s.t. Cristante); Dzeko, Schick. (Fuzato, Greco, Jesus, Zaniolo, Lu. Pellegrini, Lo. Pellegrini, Coric, Kluivert, Under). All. Di Francesco.

ARBITRO: Guida di Torre Annunziata.

NOTE – Spettatori 57.789. Ammoniti: Cristante e De Rossi per gioco scorretto. Recupero: 0’ p.t.; 6’ s.t.



Il pensiero del gruppo “ROMA” (stracondiviso dagli altri) esposto a Boccea nel post partita…



da IL ROMANISTA dell’1/9/2018

Senza niente

Senza anima, senza gambe, senza testa, senza alibi. Di Francesco chiedeva una grande risposta, il risultato è una grande domanda: dov’è la Roma?

Di Francesco si aspettava una risposta, anzi una grande risposta invece adesso c’è solo una grande domanda: dove sta la Roma? Al di là del gol che fa malissimo al 95′, al di là pure della sconfitta: come si fa a giocare il primo tempo di ieri? Come si fa a giocare il primo tempo con l’Atalanta? Si parlava di anima, si sperava nell’anima, ma non solo dell’anima non c’è traccia, nemmeno del corpo per una squadra sulle gambe, senza mordente, stanca anche mentalmente, senza cambio di marcia. Si è detto per cinque giorni che l’Atalanta valeva il Real Madrid per la condizione atletica, poi due giorni dopo è stata eliminata dai preliminari dell’Europa League non esattamente dal Real Madrid, e il Milan che ne ha presi tre nel secondo tempo dal Napoli ci ha battuto all’ultimo secondo.

Pure non avessero segnato l’impressione era evidentissima: noi sulle gambe loro a cercare di vincerla con gli strappi. Donnarumma al 93′ si sbrigava a rimettere la palla dal fondo perché forse in campo era evidente che la Roma stava in ginocchio. Anche fuori dal campo era evidente. È tutto così evidente quando non si vede niente. Senza anima, senza corpo e anche senza testa. Né capo, né coda. Non c’è difesa. Non ci può essere. Né ci deve essere: gli alibi non servono. Anche perché gli alibi non ci sono. Questa squadra lavora insieme da quest’estate, i giocatori al Mondiale sono stati pochi stavolta, l’allenatore è quello dell’anno scorso, nemmeno il mercato può dare il totale di quello che si è visto ieri e con l’Atalanta, perché il totale è niente. E Kluivert, Nzonzi, Cristante, Pastore eccetera non possono valere niente. In due partite sono stati cambiati tre moduli, dopo che per due mesi si è lavorato e si è pensato soprattutto con e su uno. Non è da deboli cambiare, anzi, ci mancherebbe, semplicemente però il cambiamento ha portato allo stesso risultato: più o meno niente.

Come se ne esce? Non lo so, ma se ne deve uscire. Ovviamente tutti – società, allenatore, giocatori – debbono assumersi le rispettive responsabilità, ovviamente tutti devono solo lavorare, ma proprio perché questo è “ovvio” che non può bastare. È già solo una palla scriverlo. Mentre la stretta al cuore al 95′ di ieri è ancora qui che morde e fa male. È amaro, è fiele. Fa male. Forza Roma.

Tonino Cagnucci


da IL TEMPO del 2/9/2018

Roma: numeri da paura

Più brutta di così non si può. In tre partite la Roma ha cancellato qualsiasi tipo di certezza costruita lo scorso anno, quello della semifinale di Champions e del quinto podio consecutivo in campionato. Quattro punti – non erano così pochi dall’avvio 2012/13 con Zeman in panchina – cinque gol subiti che potevano essere sette se non fosse intervenuta la Var, una valanga di tiri subiti, una fatica enorme a costruire azioni, giocatori imballati, confusione tattica e dubbi sulla rosa rivoluzionata in estate. Senza contare che, come sempre, a Roma ogni momento negativo diventa un dramma irrimediabile nella percezione generale. Al momento c’è un’unica via: analisi dei problemi e scelta delle soluzioni. Di Francesco non è in discussione, ma sarà lui a dover difendere se stesso trovando in fretta un modo per ritrovare una squadra smarrita.

Lo studio di questa crisi d’agosto non può che partire da dietro. La seconda miglior difesa del torneo si è sgretolata nonostante sia l’unico reparto in cui i titolari non sono cambiati. Passi per gli esperimenti finiti male nel primo tempo a San Siro, ma è dalle amichevoli estive che i difensori non ne azzeccano una. E le incertezze di Olsen c’entrano solo in minima parte. Ventisei tiri del Milan contro i sei tentati dai giallorossi rappresentano il dato peggiore della gestione Di Francesco, i giallorossi subiscono a prescindere se si trovino davanti le riserve dell’Atalanta o i normalissimi titolari di Gattuso.

Stavolta l’allenatore ha potuto lavorare con il gruppo quasi al completo sin dall’inizio del ritiro, agevolato dai tanti acquisti anticipati da Monchi. Due settimane a Trigoria giudicate perfette da tutti, altre tre negli Stati Uniti dove è emerso qualche mugugno solo per i lunghi spostamenti, poi il ritorno alla base per rifinire la preparazione. Di Francesco avrebbe voluto giocare qualche amichevole in più, ma l’estate sembrava filare liscia, senza infortuni gravi. Nello staff sono stati sostituiti solo i preparatori americani – tanto contestati in passato – con altri uomini di fiducia dell’allenatore, ma parliamo di figure di supporto. Il metodo è quello già collaudato al Sassuolo e utilizzato lo scorso anno, allora perchè tanti, troppi, giocatori stanno fermi sulle gambe?

Convinti di aver formato un gruppo solido, di elevate qualità morali, col giuso mix di esperienza e gioventù, dopo Milano i dirigenti si chiedono come sia possibile prendere un gol del genere al 95′. Personalità, parola chiave di questi anni, alla fine si torna sempre lì. E non può certo bastare l’addio di un leader, importante ma pur sempre un singolo, come Srootman per giustificare l’ennesimo suicidio che costa punti. Il nervosismo plateale di Dzeko è la spina di uno stato mentale preoccupante nella squadra, come se non fosse più convinta di quello che fa o di come lo fa.

Per tutta l’estate Di Francesco ha lavorato sul modulo di riferimento, il 4-3-3, con accenni al 4-2-3-1 (che ha dichiarato non amare) per trovare una giusta collocazione a Pastore. Pronti, via e il tecnico ha cominciato a mischiare le carte , arrivando addirittura a stravolgere tutto alla terza partita con un 3-4-1-2 in cui venivano meno tutti i principi base dell’allenatore. Il problema è che ha peggiorato le cose ed è durato un tempo, sarà il caso quindi di trovare una via tattica stabile. Ma come dice il tecnico stesso, se non si vince un contrasto, non si corre e non si azzecca un passaggio, i numeri vanno a farsi friggere.

Passare da Alisson a Olsen era un rischio enorme e si sapeva. Nainggolan e Strootman sono stati due pilastri, è vero, ma basta vedere le medie voto della scorsa stagione per capire che si poteva migliorare in quel reparto. Possibile che Cristante, Pastore e Nzonzi siano tutti ricambi non all’altezza? Marcano può essere peggiore di Moreno e Capradossi? Schick è stato un investimento sbagliato e Karsdorp non si riprenderà mai? Kluivert, Coric e Zaniolo sono troppo giovani per giocare nella Roma? I detrattori del mercato di Monchi hanno parecchi appigli in queste tre partite. Ma farsi contagiare dal fantasma sarebbe l’errore più grave.

Alessandro Austini