sabato, ottobre 19, 2019 Anno XV
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Abbiamo atteso per tre anni e sette mesi il primo grado del giudizio relativo alla morte di Stefano Cucchi. Tre anni e sette mesi iniziati nella vaghezza delle informazioni, del “se la sarà cercata”, dell’aspettare serenamente il corso naturale della giustizia.

Cazzate, lo sapevamo, ed oggi ne è stata solo la conferma.

La corte di assise di Roma, riunita nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, ha stabilito responsabilità solo per i medici, pene lievi e sospese, assolti tutti gli altri.

Stefano è caduto dalle scale, o nella tromba di un ascensore, oppure si è inferto lesioni pesantissime da solo.

NON CI SONO PROVE DI PERCOSSE.

Incapacità o voglia di insabbiare?

Fate voi, dopo una giornata intera trascorsa in quel luogo infame, il mio di giudizio è certamente poco sereno.

Da vecchio CORNUTACCIO, stamattina mi sono fatto la barba, messo una camicia bianca e una giacca, per travestirmi da persona raccomandabile e non confondibile con giovani tatuati o orecchinati: QUELLI CHE SONO STATI LASCIATI FUORI PERCHÉ NON C’ERA POSTO.

FALSO, COME STO PROCESSO.

LA GRANDE LEZIONE CHE NE ESCE È CHE VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE PORTA SOLO DOLORE E DANNI PER TUTTI, NON SOLO PER STEFANO CUCCHI.

L’ESEMPIO DELLA LOTTA DI ILARIA, DI LUCIA UVA E DI ALTRE DONNE CAPACI CON LA FORZA DELLA LORO VOCE DI BATTERSI CONTRO UN MONDO DI MERDA RESTERÀ PER SEMPRE NEL NOSTRO CUORE.

DA OGGI, SIAMO TUTTI STEFANO.

AL PROSSIMO PROCESSO di APPELLO SAREMO 500, IN CASSAZIONE 1000.

NON CI FERMERETE MAI, MALEDETTI.

NON VI È STATA GIUSTIZIA E NON VI SARÀ.

Ma nella coscienza di ognuno di noi la rabbia e la consapevolezza dell’infamia commessa, saprà nutrire ed accrescere l’esigenza di non restare isolati.

Lo dobbiamo a Stefano e ai nostri figli.

Altrimenti avremmo sprecato una vita, non quella di Stefano.

Quella di ciascuno di noi.