giovedì, ottobre 17, 2019 Anno XV
          Iscrizione Torna alla Homepage Segnala il sito


Tra la leggenda e la storia, gli archeologi hanno il compito di dimostrare attraverso i ritrovamenti (quindi cose “vere”), quello che gli uomini hanno “veramente” fatto. L’interpretazione del “perché” le cose siano state fatte, è il nocciolo del problema.
Vediamo che cosa è stato ritrovato e interpretato dagli archeologi: innanzitutto il calendario. La maggiore fonte sta nelle epigrafi: dimostrano che il calendario era di dieci mesi, che l’anno iniziava a marzo, con la primavera, con la nascita degli agnelli e dei capretti, che veniva festeggiata ad aprile, nel giorno dedicato a Pales, una dea del Palatino. La festa si chiamava Parilia (da “parere”, partorire) e cadeva il 21.
Era il vero capodanno dei pastori che occupavano il Septimontium (sette monti, ma che non sono i “sette colli” che conosciamo, ma: Germalus, Palatium, Oppium, Cispius, Fagutal, Velia, Caelius).
Quale giorno migliore per fondare una città “ex novo”?
Rifacendosi alle tre imprese di Romolo, gli archeologi hanno scavato e scavato e hanno trovato i resti di un “auguratorium” (una specie di recinto con un sedile): per vedere i segni del cielo e trarre un “augurium” (da “augere”, aumentare) o benedizione che sia. Questo recinto è stato trovato sul Palatino (che con l’altra cima, Germalo, forma il colle).
Secondo la leggenda, Romolo per stabilire da dove dovesse iniziare a tracciare il solco, si reca sull’Aventino, prende la rincorsa scendendo verso la valle Murcia (dove oggi è il Circo Massimo) e lancia un giavellotto di corniolo: là dove si conficca, diventa immediatamente un albero. Il segnale dato dal cielo per iniziare il solco. Sono state trovate radici fossili di corniolo alle falde del versante est del Palatino (inizio via del Cerchi, sotto il palazzo dei Flavi). Certo, questo non autorizza a credere all’incredibile, ma a dare una spiegazione alla leggenda: il corniolo c’era, la leggenda è la lancia.
Pochi metri più in là, due anni fa è stata fatta la scoperta di una grotta-tempio del periodo augusteo, intarsiata di mosaici splendenti con tessere in oro, pitture parietali di grande pregio a carattere rituale: sappiamo che Augusto, per onorare i suoi avi (la “gens” Julia si diceva discendere da Julo, quindi da Romolo) aveva fatto restaurare ed abbellire il “Lupercal”, la grotta dove Romolo e Remo erano cresciuti.
E’ impossibile stabilire se effettivamente quella grotta sia stata effettivamente la prima abitazione dei due gemelli: sicuramente Augusto non ha fatto sistemare una grotta “qualsiasi”.
Da dove partire quindi per iniziare a tracciare il famoso solco, se non dalla propria casa?
Il solco, e quindi il limite della città, parte dalla base del Germalo (piazza S. Anastasia), verso sud (via dei Cerchi), poi verso est (via di S. Gregorio), poi verso Nord (parallelo alla via Sacra, sotto gli Orti Farnesiani): dove sarebbero state aperte le porte, Romolo alza il vomere e interrompe la traccia. La porta verso nord era chiamata Mugonia: è stata ritrovata. Consiste in una soglia di pietra, con grossi pali (stipiti) ai lati, con i resti di una capanna addossata alle mura di cui si sono scoperte fondazioni e parte dell’alzato.
La leggenda dice che i riti ancestrali prevedevano anche il sacrificio umano: sotto la soglia della porta Mugonia, sono state trovate le ossa di una bambina, il suo corredo funerario ed una coppa di ceramica databile tra il 775 e il 750 evo antico.
La data è giusta, il rituale, anche.
E’ proprio il caso di parlare di “leggenda”?
Passiamo ai ritrovamenti relativi alla seconda e terza impresa di Romolo, che si intrecciano tra di loro: l’ordinamento.
La leggenda dice che il luogo destinato a diventare il Foro, non fosse altro che una palude, visto che il livello si trovava al di sotto del letto del fiume, e che Romolo fu costretto a riempirla di terra per sollevarla e renderla salubre. Poi, sempre secondo la leggenda, Romolo costruì il tempio Vesta ed il Volcanal (tempio di Vulcano).
Gli storici hanno sempre obiettato che il culto di Vesta iniziasse a Roma dopo il VI secolo e che il Volcanal fosse un tempio mitico.
Gli archeologi hanno trovato sotto al foro, una grossa quantità (circa sei metri) di terra di riporto (proveniente dai colli vicini) ed i resti del Volcanal. Studi recenti hanno poi dimostrato che il culto di Vesta fosse molto anteriore al VII secolo.
La leggenda prosegue raccontando come Romolo trasferisse la sua abitazione dalla “casa Romuli” sul Palatium alla “domus regia”, ai margini del Foro.
Dopo aver ritrovato i resti della “casa Romuli”, gli archeologi hanno trovato nel Foro, all’altezza della via Sacra, i resti di una capanna particolare, con un “tabernaculum”, una grande sala con un bancone-sedile che girava tutto intorno, ai lati stanze di abitazione, un “templum” augurale, un focolare. I resti di un’altra bambina col suo corredo funebre consente di datare questa specie di palazzo-capanna al 750-725 evo antico. Gli archeologi hanno ricostruito le varie modifiche: negli anni attribuibili ad Anco Marzio, i muri diventano a scaglie di tufo e il tetto in tegole e verrà dotata di una conduttura: il primo fognolo che si conosca.
La costruzione di successivi templi ha impedito di trovare con esattezza il primo tempio di Vesta, ma sono state trovate con certezza le stanze dove le vestali abitavano: sei camerette a tecnica capannicola intorno ad una capanna più grande con al centro un focolare. Del misterioso “penus” al cui interno veniva conservato un fallo magico attribuito a Marte, nessuna traccia. (ste vestali, eh…)
Sotto quello che era considerato il primo pavimento del Foro, databile al VII secolo, ne è stato trovato un altro di terra riportata e ciottoli da giardino, databile alla seconda metà del secolo VIII: un’opera forse concepita da Romolo e finita da Numa?
Secondo la solita leggenda, Romolo fu ucciso (o morì, o sparì, o volò in cielo) nel Volcanal: ogni “consigliere” (senatore?) ne prese un pezzo e lo seppellì nel proprio rione in modo che ogni “tribus” avesse una reliquia del fondatore.
Accanto al Volcanal sono state ritrovate tracce del Comitium: la sala regia dove i proto-senatori si riunivano nella primitiva assemblea organizzata per curie o rioni.
Dopo aver ucciso Acrone, re di Caenina, che non voleva la città e non voleva il re e non voleva lo stato, Romolo appese le sue armi ad una quercia sacra che stava nel Capitolium. La leggenda continua dicendo che Romolo guida una processione dal Lucus Streniae (via del Boschetto, inizio via Cavour) al Campidoglio e accanto alla quercia sacra fonda il tempio di Giove Capitolino. All’interno del tempio era conservato il “lapis silex”: un’ascia di pietra con manico di legno considerata la materializzazione di un fulmine scagliato da Giove, perché sfregandola mandava scintille.
I resti del tempio di Giove sono ben evidenti nel cosiddetto “giardino d’inverno”, ampliamento del museo capitolino, come i resti della solita bambina (stavolta chiamata “Romoletta”) databili alla metà del VIII secolo.
Il Lapix Silex era lo strumento con cui si sacralizzavano i giuramenti: l’origine dello “ius” (da “ius iurandum”, patto giurato), ovverosia il diritto.
La leggenda relativa alla terza impresa di Romolo, è riferita all’ordinamento del tempo, degli uomini e dello spazio di Roma.
La ricostruzione del calendario romuleo ha portato a dimostrare che l’anno iniziava e finiva secondo la durata della gestazione della donna: 274 giorni. Ma per arrivare ai 365 ne mancano 91: sono quelli in cui la donna che ha partorito è sterile. Quindi i romani rappresentavano sia la fecondità che la sterilità.
Per quanto riguarda l’ordinamento degli uomini, oltre a quanto detto sopra a proposito dei templi, della Domus Regia, del Foro ecc, ricordiamo che nella protostoria le necropoli costituivano i limiti dell’abitato: nessun “cittadino” veniva sepolto all’interno delle mura. Scavando scavando, i cimiteri ritrovati hanno consentito agli archeologi di delimitare i limiti della città ed il loro allargamento nel corso degli anni. Già dalla metà del IX secolo, non ci sono più tombe all’interno della città. Città che aveva un territorio ancora molto ridotto. Non ne facevano ancora parte i “septem pagi” (sette villaggi) che Romolo sottrarrà a Veio. La campagna, dove avevano trovato rifugio gli alleati di Remo (“ager Remorinus) non era altro che la zona dietro l’Aventino, dove oggi è Testaccio, Portuense, Eur: verrà anch’essa conquistata ed accorpata alla città. Poi fu la volta di Caenina, col suo re Acrone di cui abbiamo già detto; poi toccò ad Antemnae (monte Antenne, Salario); poi Crustumerium (forse Settebagni); Fidenae; Medullia (Porta Medaglia sull’Ardeatina). Il fatto leggendario di Tito Tazio che assedia il Capitolium dopo il ratto delle sabine, con Tarpeia che ne apre le porte; l’accordo di Romolo con il re sabino per l’amministrazione comune della città, difficilmente saranno dimostrabili. Gli scavi hanno però confermato che la città subisce un’evoluzione incredibile per l’epoca, con edifici pubblici e di culto che dimostrano un potere accentrato ma non dispotico, con presenza di un’assemblea e di un Consiglio e la divisione in rioni (tribus).
Quello che Cicerone descrive nel “De Re Publica” (della cosa pubblica) a proposito della terza impresa di Romolo, è stato sufficientemente provato dagli storici e dimostrato dagli archeologi che hanno individuato con sicurezza le prime curie o rioni (forse 27 in origine, sicuramente 30 alla fine del VII secolo) abitate dalle tribù dei Ramnes, dei Luceres e dei Titienses. Così come è stato provato che la città etrusco-latina si fonda ex novo e con una forma di governo autoritaria ma non dispotica, come dimostrano le differenze tra gli edifici regali di Etruria, Latium e della Grecia stessa, dove il re è un “primus inter pares”, se poste a confronto con le regge di Creta o dell’oriente tutto, dove il despota risiede in un palazzo enorme, chiuso alla cittadinanza, inavvicinabile.
E’ la grande differenza culturale che porterà un villaggio a dominare il mondo.
(continua leggendo le poesie …)