giovedì, Ottobre 29, 2020 Anno XV
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Tempus fugit, il tempo fugge, è scritto in bella grafia sui quadranti degli orologi a pendolo.«Dum loquimur fugerit invida aetas:

carpe diem, quam minimum credula postero»

(Mentre parliamo sarà già fuggito l’invidioso tempo:

afferra l’oggi, quanto meno possibile fiduciosa nel domani)

«La vita fugge, et non s’arresta una hora,

et la morte vien dietro a gran giornate,

et le cose presenti et le passate

mi dànno guerra, et le future anchora».

Quanto è facile, e persino scontato, trasferire questi brandelli di saggezza, colta e popolare insieme, nell’amata passione per il pallone.

Una passione cadenzata dal tempo, dai calendari, dalla durata indefinita delle partite, capaci di essere lunghissime quando devi tenere un vantaggio e brevissime quando devi recuperare.

Il tempo, nella Roma di oggi, è una variabile affascinante, contraddittoria, polemica.

Il tempo che siamo disposti a concedere a Spalletti per trasformarsi, da buon allenatore, in grande allenatore. Per rimediare ai sui suoi errori, trasferire alla squadra le sue idee e accrescere la sua esperienza.

Lui, solido toscano di collina, persino irritante nel proporci, liofilizzate dai media, le sue certezze di provincia e nello sbatterle in faccia a noi, cittadini dell’Impero, così abituati al relativismo di chi è avvezzo a veder mischiato insieme il sacro ed il profano, il Papa e Rugantino.

Il tempo che siamo disposti a concedere allo staff medico della Roma per rimettere in sesto gli infortunati, quando sappiamo tutti che le guarigioni miracolose spesso passano per le farmacie di zemaniana memoria.

Il tempo che vorremmo fermare per il Capitano, per conservarcelo all’infinito integro e letale, per regalarci fino all’ultima stilla del suo infinito talento, o per il Sergente Panucci, quello che colpisce al novantesimo minuto, quando difensori molto più giovani di lui già pensano stremati alla doccia.

Il tempo che non diamo a chi di tempo vorrebbe averne a piene mani per crescere, per ritrovarsi, per affermarsi, per trovare quegli automatismi, quella leggerezza e quella sicurezza del gesto e del pensiero che solo l’accumularsi dei minuti giocati possono trasmettere.

E penso a Vucinic, a Esposito, a Barusso, a Cicinho e il dubbio che mi assale è se sia meglio liberarsene, per cercare qualcuno intimamente più compiuto e risolto, o se questo liberarsene non significhi regalare a qualcun altro, per troppa urgenza, per troppa fretta, un talento ancora inespresso.

Il tempo che vorremmo la vita ci concedesse per vedere la Roma trionfare, come la sua ottantennale storia merita, e godere di quei traguardi, per noi innominabili, ma che altri meno meritevoli hanno già raggiunto: la Coppa dei Campioni, la Coppa Intercontinentale o una striscia consecutiva di scudetti, senza doverli distanziare a lustri.

Quante volte, prima di dirlo a me stesso contando l’inesorabile cadenza degli anni che passano, ho sentito dire: mi sento fortunato, nella mia vita ho visto due scudetti della Roma, a molti altri questa grazia non è stata concessa.

La Roma rimaneggiata di Kiev, quella che demolisce sotto la neve la corazzata ucraina che fu, la sua coetanea di oltrecortina ormai ridotta a poca cosa, in fondo chiede solo tempo.

La Roma priva di Totti, Mexes e Aquilani, che sostituisce l’infortunato De Rossi con Barusso e il convalescente Taddei con Esposito, manda il messaggio chiaro di chi vuole giocarsi le sue carte, per belle o brutte che siano, nel tempo a venire, senza essere soffocata dall’urgenza.

La vittoria di Kiev offre alla Roma due opportunità importanti: passare agli ottavi con un turno di anticipo, trasformando in una passerella da seconde linee l’ultima del girone con il maledetto Manchester United, e concentrarsi sugli impegni di campionato con una rosa solidificata dall’esperienza e dai risultati.

E allora prometto a me stesso di non soffocarle queste opportunità con l’urgenza della passione.

Di godermele fino in fondo lì, in balconata e, Osservatorio permettendo, pure in qualche trasferta, magari in giro per l’Europa.

In questo viaggio che riparte sarebbe bello ci fosse una legione di romanisti a sostenere la squadra, senza dover contare ogni volta i troppi vuoti sugli spalti del Tempio rimpiangendo il tempo che fu.

Venite al Tempio fratelli romanisti, fatevi sto benedetto biglietto dimenticando il freddo e rompendo il salvadanaio.

Ci sarà da soffrire vi assicuro, ma forse, alla fine, ci potrebbe anche scappare qualcosa di importante e sarà diverso se saremo lì in ciccia, ossa e voce, abbandonando poltrona e televisore.

In fondo il tempo sa essere galantuomo.

Marforio