martedì, Giugno 02, 2020 Anno XV
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Ammiro chi riesce a commentare la partita di ieri parlando di calcio, di tattica e di schemi. Più ancora ammiro chi è in grado in queste ore di mantenersi freddo e lucido nei propri giudizi, dosando con la sapienza del farmacista le colpe tra le infinite componenti di questo sfascio.
Io talvolta, lo confesso, ragiono con la panza.
E la mia panza stamattina brontola sorda e rancorosa.
Perché ancora mi rimbombano nella capoccia le prese in giro dei nostri cantastorie.
Quelli che credono che bastino due paroline dolci per farci stare calmi e tranquilli.
Quanti proclami di riscossa abbiamo sentito in questi giorni?
L’ultimo dall’inossidabile toscano che con la sua solita faccia da ‘mpunito se n’è uscito con un romanissimo “a Roma nun ce piace facce cojonà”.
Strana affermazione da parte di uno che ce cojona almeno da sei mesi.
Grave che nessuno a casa Roma gli abbia messo una pietosa manina davanti alla bocca quando, invece di intervenire com’è lautamente pagato, ha continuato a raccontarci le sue pietose storielle.
Brutto, anzi “oribbile”, che le parole del tecnico siano state riprese a salire e a scendere da tutta la catena della dirigenza romanista.
Tutti dietro al pifferaio venuto da Certaldo che, come quello di Hamelin dei fratelli Grimm, ci sta allegramente portando verso il baratro spifferando senza posa la solita canzoncina.
Così il certaldese ha finito per trascinarsi dietro prima un’icona come Bruno Conti, poi la stessa Presidente Rosella Sensi e via via tutti gli altri.
Chiedo venia, ma in queste ore no, non salvo nessuno.
Nemmeno il Capitano, costretto per onor di fascia a ripeterci la favoletta che ci riprenderemo, che la squadra è unita, che sono solo i risultati che ci penalizzano, che abbiamo l’organico per risollevarci.
Come se lui, da romano autentico, non sapesse che er medico pietoso fa la piaga purulenta.
Nessuno, al di fuori del Sacro Muro, che abbia il coraggio di dire un sonoro NO, che proprio nun ce stamio a facce cojonà.
Perché noi non veniamo al Tempio solo quando scende l’Inter e non ce ne andiamo disgustati dopo cinque minuti del secondo tempo.
Noi cantiamo e canteremo anche sulle macerie per l’amore che portiamo ai nostri colori.
Ma l’occhi nun ce l’avemo foderati de presciutto.
E se Vucinic fa el Re Leone in nazionale e er Can Cojone con la maglia della Roma.
Se nella partita che proprio non puoi perdere fai il fuorigioco a un metro dalla linea di centrocampo – che, come notava Fila60, neppure l’Olanda di Rinus Michels – e pergiunta manco te riesce.
Se giochi tutti avanti e prendi gol in contropiede dall’unica squadra catenacciara del campionato.
Se i nostri svolazzano per il campo come ballerine di quart’ordine invece di lottare con la bava alla bocca.
Se la squadra si trascina mollemente senza orgoglio, annotando l’ennesima sconfitta come un pigro ragioniere.
Se i giocatori stanno in campo come se dovessero timbrare il cartellino, senza anima e senza onore.
Noi vediamo e capiamo con la nostra capoccia.
Chi e dove sbaglia e perché sbaglia.
Senza aspettare che un cantastorie qualunque ci spieghi quello che abbiamo visto.
Senza nessuna necessità di farci insegnare a vivere, ad amare, a tifare la Roma dal toscano sorridente e irridente.
Perché vede Signor Spalletti, noi semo la Roma, Lei, massimo, un parente acquisito.
Pronto, all’occasione, a lasciarci affondare per approdare su altri lidi a predicare il suo verbo fatto di “homportamenti sgiusti” e gran paraculate.
E se per convenienza sta ancora attaccato alla sua poltrona come una cozza allo scojo almeno porti rispetto.
Almeno.

Lassamo annà: nun è pe’ cattiveria,
ma l’omo solo è bono a fa’ er buffone:
nojantri nun ciavemo vocazzione,
nojantri semo gente troppo seria!

(Trilussa)