venerdì, novembre 22, 2019 Anno XV
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Ho scelto di iniziare e concludere il racconto della nostra trasferta “perfetta” ad Udine con due frasi tratte dal film che più amiamo in assoluto. In esse è descritto ciò che a quarant’anni suonati ci spinge ancora a compiere gesti che ai più rimangono incomprensibili, ma che racchiudono perfettamente il nostro modo di essere ed amare.

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“Nessuno dei momenti che la gente descrive come i migliori della propria vita mi sembrano analoghi. Dare alla luce un bambino dev’essere straordinariamente emozionante, ma di fatto non contiene l’elemento cruciale della sorpresa, e in tutti i casi dura troppo a lungo. La realizzazione di un’ambizione personale – una promozione, un premio, quello che vuoi – non presenta il fattore temporale dell’ultimo minuto, e neppure l’elemento di impotenza che provai quella sera. E cos’altro c’è che potrebbe dare quella subitaneità? Una grande vincita al totocalcio, forse, ma la vincita di grosse somme di denaro va a toccare una parte completamente diversa della psiche, e non ha niente dell’estasi collettiva del calcio. E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di aver agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiderato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”. (Fever Pitch – 1997)

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VENERDI 8 APRILE 2011
Sono a cena dai miei genitori, tra poche ore si parte, nello stomaco le solite farfalle svolazzano ostinate, come sempre prima di ogni partita della nostra amata Roma. Mi squilla il cellulare.
E’ Emiliano Bigi (detto“cane”), uno degli altri due protagonisti di questa trasferta.
L’altro, Flavio Fanicchia (detto “lupo”), è partito stamattina con moglie e figli al seguito. La sua Sposa è di quelle zone e lui ha approfittato della coincidenza per organizzare una riunione familiare e poter prendere parte al nostro classico appuntamento annuale, una trasferta della Roma.
Siamo alle solite, il cane mi comunica che ha un problema alla macchina, veicolo designato per la trasferta.
Bofonchia che non si apre il cofano, si è rotta come una cordicella, il meccanico ha provato ad aprirlo tutto il pomeriggio ma non ci è riuscito.
Istintivamente m’incazzo, ma come… dobbiamo partire tra tre ore e ti ricordi adesso di far controllare la macchina? Nei giorni precedenti, avevo insistito molto per prendere una vettura a noleggio, ma lui non aveva voluto sentire ragioni: “andiamo con la mia” aveva esclamato tronfio.
Attacco il telefono, insultandolo come al solito, dicendogli che ci saremmo aggiornati di li a poco.
Dopo un secondo focalizzo il mio interlocutore e l’incazzatura lascia il posto ad un sorriso.
Dovete sapere che io ed il cane siamo profondamente diversi. Il mio carattere mi porta naturalmente a programmare e pianificare quasi tutto, lui invece non farebbe mai oggi quello che potrebbe fare domani.
Le nostre divergenze ci fanno spesso discutere animatamente, ma quando stiamo insieme stiamo bene, ci completiamo. È forse anche per questo che tra noi è stato amore a prima vista sin dal lontano giorno in cui Lupo, nostro comune amico, ci presentò.
Mio padre, vedendomi preoccupato, si offre di prestarci la sua macchina. La usa poco, sta quasi sempre in garage, ed una bella scarrozzata le farebbe bene. Lo ringrazio e richiamo il cane, gli comunico la novità e lui mi dice che sta tornando a casa, sono circa le 21.30. Dice di dargli una mezz’ora per prepararsi la borsa e poi potrò finalmente passare a prenderlo. Conoscendolo mi tengo largo, lo richiamo alle 22.30 ma lui si sta ancora facendo la barba, “passa alle 23” mi dice. Arrivo sotto casa sua alle 23.15 gli citofono e mi dice di salire. Questo vuol dire che mi attendono almeno altri 45 minuti di passione. La porta è aperta, entro e lo trovo in mutande davanti allo specchio con la schiuma da barba sulla testa, proprio come immaginavo. Inizio ad incalzarlo per cercare di accorciare i tempi. Passiamo dal bidet al lavaggio dei piedi, dal riempimento della borsa alla scelta della giacca che indosseremo prima di entrare allo stadio Friuli di Udine, dall’inserimento della scheda di memoria nella macchinetta fotografica, alla scelta dei cd, al raccoglimento degli effetti personali: sigarette, accendino, portafoglio, cellulare, due mazzi di chiavi, auricolare e bandieretta storica della Roma datata 1983, anno del secondo scudetto.
Qualche minuto prima di mezzanotte riusciamo ad uscire di casa. Carichiamo i bagagli in macchina e finalmente ci muoviamo. Devo portarlo in ufficio, deve finire alcune pratiche lavorative. Nel frattempo andrò a casa, preparerò la mia borsa e passerò a riprenderlo per partire. Attraversiamo la città quasi deserta, sintonizziamo rete sport sulla radio di bordo, Luca Fallica on air, il cane apre il finestrino e mette fuori la bandiera, siamo felici come due bambini, è iniziata la nostra trasferta. Per arrivare al suo ufficio in via Scarperia alla Magliana scelgo ovviamente il tragitto più lungo. Passo al Colosseo, a Piazza Venezia, lungo Tevere e Testaccio, la bandiera sventola fiera tra le vie della città, i pochi passanti ci guardano perplessi, d’altronde la visione di due matti con la bandiera della Roma al finestrino suscita ilarità e compatimento. Il momento non è certo dei migliori, arranchiamo per entrare in zona Champions, veniamo da una brutta sconfitta in casa contro la juve e solo una vittoria può tenere ancora accese le speranze di qualificarci per l’Europa che conta la prossima stagione. A noi piace così. La trasferta ha subito limitazioni dall’osservatorio della “minchia”, relativamente ai residenti nel lazio potevano acquistare il biglietto solo i possessori della famigerata tessera del tifoso. Le ultime notizie davano circa 60 tifosi della Roma presenti e questo ci inorgogliva parecchio. Mentre ascoltiamo le telefonate dei tifosi alla radio arriviamo a destinazione. Inviamo un messaggio al conduttore che recita: “ciao Luca, stiamo partendo per Udine, alè la Roma”. Il messaggio viene letto in diretta poco dopo e ci dedicano l’inno della Roma augurandoci buon viaggio.
Lo lascio e vado a casa, la testa è già sull’autostrada ed il cuore dentro lo stadio.
Arrivo e trovo Roby (detta Putty) che dorme sul divano. Cugi (detto Ricciotto) se ne sta andando, come da richiesta mi ha portato il tom tom che sarà utile per orientarci in terra friulana. Inizio a farmi la borsa, come al solito abbondo nella scelta dei capi, in fondo stiamo la solo una notte e non ce ne sarebbe bisogno, ma voglio avere comunque diverse opzioni a disposizione. Prendo tre polo, due magliette, due jeans ed il necessario per la notte, più una giacca, due camicie e due paia di scarpe, non si sa mai.
Nei miei programmi era prevista la possibilità di dormire un paio d’ore per affrontare bene il viaggio e non arrivare in uno stato pietoso il giorno dopo, ma non ci riesco. Chiamo il cane e gli dico che sto per arrivare, è l’una e trenta.

SABATO 9 APRILE 2011
Dopo pochi minuti arrivo di nuovo sotto il suo ufficio, alla Magliana, gli citofono e gli dico di scendere.
Il perché passino ancora altri 15 minuti prima che si materializzi al portone è ancora un mistero.
“Me devi spiegà che cazzo stavi a fa? T’ho telefonato 10 minuti fa pe ditte de fatte trovà giù….”
“Stavo provando a cacare”, mi risponde.
Mi viene spontaneo ridere, immaginando la scena, ma la sua giustificazione viene facilmente smentita in quanto già usata per il ritardo accumulato a casa sua.
Si mette alla guida e alle ore 2 partiamo.
La strada è pressoché deserta, Roma – Fiumicino, raccordo anulare ed imbocco Roma – Firenze scorrono veloci.
Ci fermiamo all’autogrill dopo Settebagni per far controllare acqua, olio, fare il pieno di benzina, bere un caffè doppio, andare al bagno e comprare qualcosa da mangiare e bere per la notte. Ripartiamo dopo poco ed inizia una discreta selezione musicale. Doors, David Bowie, Vasco, Led Zeppelin e Rolling Stones ci fanno compagnia mentre disquisiamo sulle nostre ultime settimane lavorative e non. Nonostante la completa assenza di ore di sonno mi sento bene, sono carico a pallettoni. A cento km da Firenze sosta caffè e cambio alla guida. Il cane si accomoda sul sedile passeggero e dopo pochi minuti si addormenta profondamente. Mi aveva appena confidato che durante l’ultima settimana aveva dormito due ore a notte, così lo lascio riposare, il suo turno di guida verrà in seguito. La musica dei Pink Floyd e la voce splendida di David Gilmour, mi scaldano il cuore e mi liberano la mente da tutti gli altri pensieri. La musica rock dei gruppi storici degli anni 60/70 è l’altra immensa passione che mi divora, quella dei Pink Floyd in particolare. Firenze è già passata da un pezzo, sono sul tratto appenninico, mi scorrono davanti quelle uscite autostradali divenute famose grazie ad “Onda verde viaggiare informati”. Barberino del Mugello, Rioveggio e Roncobilaccio, stavolta passati senza nessuna coda. Ecco Bologna, città che ha sempre riscosso il mio apprezzamento e che mi evoca il recente ricordo di un’altra trasferta fatta quest’anno insieme a Flavia ed al cane con la partita sospesa per neve.
Inizia ad albeggiare, mancano 100 km a Venezia, nostra tappa intermedia.
Dovete sapere che l’appuntamento con lupo è fissato per le 16.30, orario in cui la sua consorte andrà dai suoi parenti con i figli e lui sarà libero di aggregarsi a noi.
Per passare degnamente la prima parte della giornata e dare quella sana pennellata di cultura alla nostra trasferta, avevamo deciso di arrivare la mattina presto a Venezia, parcheggiare la macchina e concederci qualche ora da turisti.
Ecco l’alba, il sole oggi sorge più splendente del solito ed inizia ad illuminare la strada.
Ho dimenticato di dirvi che durante il tragitto ho fatto qualche foto con il cellulare per cogliere alcuni attimi significativi di questa trasferta, che andranno a corredare il racconto.
Una telefonata di Putty fa finalmente cessare il silenzio che durava da alcune ore. Si è svegliata presto, vuole sapere come va il viaggio e dove siamo. Il cane dorme ancora beato con i primi raggi di sole che gli baciano il volto, una scena veramente disgustosa…

Dopo 10 minuti di telefonata il cane apre gli occhi e gli passo Putty per svegliarlo definitivamente. Siamo nei pressi di Venezia e sono quasi le 8, dopo qualche problema con le indicazioni date dal tom tom sull’uscita giusta da prendere, arriviamo al Terminal Fusina. In pratica è una stazione di scambio dove si può parcheggiare la macchina e prendere il traghetto per il centro di Venezia. Per la modica cifra di 32 euro acquistiamo i biglietti andata e ritorno e paghiamo il parcheggio per mezza giornata, quasi un regalo. Prendiamo il traghetto e dopo mezz’ora siamo nei pressi di piazza San Marco.

Camminiamo per ore, la città è veramente bella e piena di turisti provenienti da ogni parte del mondo.
Palazzo Ducale, Rialto, Piazza del Mercato, canali e ponti. Per mantenere il clima trasferta ci facciamo un paio di Ceres, con la certezza che al cane, vista la sua scarsa tolleranza all’alcool, saranno come al solito letali.

E’ quasi mezzogiorno e la fame ed il caldo iniziano a farsi sentire.
Decidiamo di chiedere a qualche residente di indicarci un ristorante non turistico dove si possa mangiare qualcosa di tipico senza essere derubati. Un edicolante ci indica una bettola infima (per chi conosce il genere una sorta di Zagaja prima maniera) con i camerieri che sembrano squatters appena usciti da un centro sociale.
Anche se con alcune titubanze ci fidiamo e facciamo bene. Io prendo come antipasto polenta e baccalà, il cane un sauté di cozze e vongole, due spaghetti allo scoglio rigorosamente in bianco e mezzo litro di bianco della casa. Qualità molto buona rispetto al prezzo totale, 50 euro.
Usciamo soddisfatti dal ristorante alle 14.00, il traghetto per il ritorno al parcheggio parte alle 14.30. Considerata la distanza velocizziamo il passo, non siamo sicuri di riuscire a prenderlo ma vorremmo, tra Venezia ed Udine ci sono altri 120 km e lupo ci aspetta per le 16.30.
Il caldo e la spossatezza iniziano a farsi sentire.
In prossimità di uno dei tanti ponti due vu cumprà espongono la loro merce. Al nostro passaggio il cane, visibilmente cotto dall’alcool e dalla stanchezza (lui che aveva guidato tutta la notte….), si rivolge ad uno dei due ed esclama “ah maschio….” L’extracomunitario lo guarda preoccupato e fa il gesto di raccogliere velocemente la mercanzia: “Tu guardia…” gli dice. Sbotto a ridere di gusto e lui, risentito, rispolvera una frase di lupina memoria “guardia a me? Ma m’hai guardato bene? La vedi sta faccia?”
Purtroppo sfiliamo via veloci, il traghetto sta per partire e non possiamo approfondire la conversazione che sicuramente avrebbe riservato altre chicche.
Arriviamo trafelati e sudati, saliamo ed il traghetto parte dopo un secondo.
Ci accasciamo sui sedili scoperti al primo piano, fa veramente caldo. Il vento fresco dovuto alla navigazione è piacevole ma traditore. Ho superato abbondantemente i quaranta e, onde evitare colpi della strega o malanni simili, decido di spostarmi al piano inferiore, al coperto, accompagnato dagli insulti del cane che si sta per riaddormentare. Vado giù e mi siedo, chiudo gli occhi e cado in un sonno profondo. Mi sveglio di soprassalto e vedo che stiamo per arrivare alla banchina, guardo l’orologio… ho dormito per ben 7 minuti, i primi da quasi 36 ore.
Arriviamo e la gente si accalca verso la passerella. Esco quasi per ultimo, lo cerco con lo sguardo, ma non lo vedo. Penso che sia già uscito e mi dirigo al parcheggio, ma la macchina è la e di lui nessuna traccia. Inizio a preoccuparmi, torno velocemente indietro, anche perché il traghetto sosta solo pochi minuti e poi riparte per Venezia, arrivo, mi arrampico sulla banchina …. lo vedo la, impastato con il sedile mentre dorme come ghiro, cotto dal sole e sudato come un cavallo. Inizio a ridere come un matto anche perché intorno a lui si è formato un capannello di turisti che lo guardano divertiti. Lo chiamo ripetutamente ma non da segni di vita, chiedo al capitano se posso salire un attimo per svegliarlo, ma lui mi dice che stanno per ripartire.
Inizio ad urlare in modo veemente: “Emilààààà….. ahòòòò… te voi svejà?”.
Finalmente cenerentola apre gli occhi, si guarda intorno con aria confusa e dice: “che semo già arivati?”
I turisti ridono, io mi sdraio sulla banchina in preda ad una crisi d’ilarità convulsa, lui arriva ansimante e mi dice: “ te sei fatto riconosce pure qua… nun te vergogni a strillà come un boro”.
Scena da nove in pagella, vi assicuro che il racconto non rende esattamente la situazione.
Dopo alcuni minuti, necessari per riprendermi dalle risate ed asciugarmi le lacrime, ci dirigiamo verso il parcheggio, saliamo in macchina e ripartiamo con il cane alla guida alla volta dell’uscita autostradale di Palmanova, dove in un agriturismo limitrofo soggiornano lupo e famiglia, sono quasi le 15.
Riprendiamo l’autostrada, la famosa passante Venezia – Mestre, ma dopo alcuni chilometri troviamo un muro di macchine davanti a noi. Iniziano a piovere esecrazioni e biastime, faremo sicuramente tardi. Per cercare di mitigare il rodimento ci ricordiamo che in occasione della trasferta Sampdoria Roma, del 4 maggio 2008, trovammo un traffico analogo che mise a repentaglio il nostro arrivo allo stadio Marassi di Genova in tempo per l’inizio della partita. In quell’occasione vincemmo 3 a 0, gol di Panucci, Pizzarro e Cicinho, dopo un primo tempo di sofferenze e due traverse della Samp risolvemmo la partita negli ultimi 15 minuti, andando a -3 dall’ inter che quel giorno perse il derby 2 a 1 contro il milan. Un buon segnale, in fondo.
Allego un documento fotografico dell’epoca.

Ci facciamo 45 minuti di coda, la causa del rallentamento è dovuta a dei lavori di rifacimento dell’asfalto.
Ma porca mignotta… come si possono fare dei lavori così imponenti alle 15 di un sabato pomeriggio primaverile, compromettendo quasi totalmente la viabilità di un’autostrada così trafficata???
Queste sono cose da Salerno – Reggio Calabria, non da autostrade A PAGAMENTO dell’operoso Nord Est italiota. Ripartiamo alla volta di Palmanova, Lupo intanto inizia a telefonarci ripetutamente. E’ giustamente impaziente, il resto della famiglia è dai parenti e lui è li da solo ad attenderci. Dopo un’oretta siamo a pochi chilometri dall’uscita, ma improvvisamente un altro muro di macchine si presenta davanti a noi.
Vi risparmio il contenuto delle imprecazioni proferite dalle nostre bocche, vi dico solo che dopo altri 20 minuti di coda, dovuti sempre a lavori per il rifacimento dell’asfalto, ed altre 12 telefonate di lupo arriviamo al casello. L’agriturismo è a 500 metri sulla via Augusta Julia, tiro giù il finestrino e metto fuori la bandiera della Roma. E’ bene ricordare che da quelle parti i nostri antenati hanno portato la civiltà, tutto quello che oggi è motivo di interesse storico archeologico è stato fatto dai Romani, li come in tutto il resto d’Europa. Strade, cattedrali, mosaici, simboli dell’Impero, in pratica “se questi oggi c’hanno l’acqua potabile dentro casa ce devono di grazie”.
Eccolo, è li ad attenderci irrequieto e bello come il sole con la sua coppola grigia in testa (che lui chiama Flat Hat). Lupo è un vero cultore di quel tipo di copricapo, ne possiede a decine, la storia narra che era inizialmente in uso presso la nobiltà inglese nel XVIII secolo, successivamente passò in Sicilia e in Calabria nei primi anni del 1900, venendo indossato da chi guidava un’auto, chiaramente lui si rifà al british style. Lupo è uno dei miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo bambini, i nostri genitori abitano ancora a due piani di distanza nello stesso palazzo, al Pigneto, che ci ha visti crescere. Lui mi è stato molto vicino in un momento particolare della mia vita, riuscendo a darmi il sostegno ed il conforto che in realtà mi attendevo da altre persone. Da allora il nostro rapporto è diventato più stretto ed abbiamo condiviso ( e fortunatamente continuiamo a condividere) pagine importanti della nostra vita. Ci abbracciamo, siamo felici, il gruppo è finalmente al completo a più di 600 chilometri da Roma. Sono le 17.45 e ci stiamo muovendo alla volta di Udine, hotel Ramandolo.
La scelta dell’hotel è stata fatta dal cane. Dopo un paio di giorni di studio e diverse soluzioni prospettate alla fine ha prenotato questo che si trova a pochi chilometri dallo stadio e dall’ospedale. Arriviamo dopo una mezz’ora di viaggio nella quale ci raccontiamo come abbiamo trascorso le ore precedenti. Ecco Udine, finalmente. Il tom tom stavolta fa il suo lavoro e ci porta a destinazione, arriviamo e scarichiamo i bagagli, una signora gentile ci attende alla reception, ci danno la camera 212, una doppia con due letti, sono le 18.15. Una ragazza dell’hotel ci accompagna in camera divertita dal nostro intercalare capitolino, stavolta devo riconoscere che il cane ha scelto veramente bene. Pulito ed accogliente, struttura nuova, camera spaziosa, bagno profumato, televisore lcd 32 pollici, il tutto a 65 euro prima colazione inclusa.
Ci dobbiamo sbrigare, lupo ha stilato un programma pre-stadio che prevede la sosta in un pub, in una osteria tipica ed in un bar. Non credo che riusciremo a fare tutto, quella maledetta coda in autostrada ha rovinato i nostri piani, ma ci proviamo. Vado per primo al bagno, mi “sdoccio” in 5 minuti e lascio il posto al cane, che, come da copione, inizia a gironzolare in mutande per la stanza senza una meta. Lo tampino, lo insulto, non gli do tregua, lupo è giù che ci aspetta impaziente, abbiamo poco tempo. Mi vesto, jeans puliti, camicia bianca e giacca scura, il cane indossa jeans polo verde e giacca di velluto blu scuro.
Siamo pronti, bisogna riconoscere che facciamo la nostra porca figura. Scendiamo, salutiamo la signora della reception che confessa le sue origini romane (romane un par de palle… è de ostia…) e rimontiamo in macchina, destinazione pub. Dopo un primo sopralluogo ne individuiamo uno che spicca per la sua struttura in legno, l’Old Pub. Parcheggiamo e ci dirigiamo decisi all’interno. E’ molto accogliente arredato con elementi tipici del periodo coloniale, l’elemento predominante è il legno decorato con quadri, ancore, corde, lampade e strumenti di navigazione dell’epoca. Ci piace, ha tutto quello che cercavamo. Scegliamo un tavolo appartato, una gentile signora di mezza età si avvicina e prende l’ordinazione. Lasciamo fare lupo che sulla valutazione della birra non ha rivali, sceglie una Gordon Fine Gold, ottima birra bionda forte, la descrizione recita: “dai toni morbidi e generosi, il sapore amaro è arrotondato dall’elevata gradazione alcolica (10°) e dai malti chiari che esaltano invece il gusto vellutato, quasi accarezzante nel finale”. Ce ne facciamo una caraffa, il cane invece, per non ubriacarsi subito, prende una bionda chiara, uniamo all’ordine un tagliere di salumi e formaggi, con la preghiera di velocizzare le manovre perché il Friuli ci attende. La signora, che aveva intuito la nostra destinazione, ci porta tutto in tempi molto brevi. E’ ora di alzare le pinte e fare un brindisi a quella fiamma che arde nei nostri cuori, a quella passione che ci unisce e ci regala momenti come questo.

Ci diciamo che il risultato della partita non conta, che l’importante è essere li in quel momento, arriviamo a dire che potremmo anche vedere la partita sui televisori del pub. Tutte cazzate dovute all’ansia che sale, la tensione diventa palpabile, dobbiamo andare. Lupo fa finta di andare al bagno e paga il conto, mi sono fatto fregare come un principiante.
Salutiamo e ringraziamo la signora, gli dico che se le cose andranno in un certo modo potremmo rivederci in tarda serata. Saliamo in macchina, abolite all’unanimità le destinazioni successive, per l’osteria ed il bar non c’è più tempo, le 20.00 sono passate da qualche minuto. Ci dirigiamo verso lo stadio, la spia dell’adrenalina è in aumento costante. Arriviamo a destinazione dopo aver chiesto ad un paio di garbatissimi vigili indicazioni sul parcheggio ospiti. A giudicare dalla calca e dalle macchine presenti presumiamo che lo stadio sarà veramente pieno, lupo conferma aggiungendo che per questa partita il Friuli registrerà il record stagionale d’incasso, giustamente, visto che nei fatti da queste parti non si lotta spesso per un traguardo importante. Arriviamo al cancello del settore ospiti, notiamo subito alcuni energumeni che discutono animatamente con la polizia per l’ingresso allo stadio di alcuni striscioni. Sono dei tifosi della Roma provenienti dalla Polonia, all’interno ce ne sono altri che vengono dall’Ungheria. Rimaniamo piacevolmente sorpresi ed appuriamo come sia relativamente facile essere tifosi della Roma a Roma, dove la presenza di altre pseudo tifoserie rurali è prossima allo zero. Diverso è esserlo in città di “frontiera” dove sono radicate altre squadre, ancora più difficile e degno di nota è essere tifosi della Roma all’estero. Ci accolgono gli steward per i classici controlli di rito, spunta anche un metal detector e fanno fuori l’accendino sia a me che al cane. Brutto segno visto che siamo ambedue accaniti fumatori, a maggior ragione durante le partite, questo significa andare in giro a chiedere di accendere una sigaretta, cosa che odio profondamente. Sosta ai bagni e altra sorpresa, sono puliti, profumati, dotati di carta igienica, asciugamani e sapone. Ci viene naturale confrontarli con quelli dell’Olimpico, dove si rischia il tetano già all’ingresso. Entriamo finalmente nella nostra curva, siamo veramente pochi, come da programma. Ci viene subito incontro un ragazzo di un Roma club non meglio identificato che ci regala una sciarpetta leggera in materiale acrilico, confezionata in un sacchetto di plastica trasparente. La apro, fa veramente schifo, ma voglio dargli fiducia e la metto intorno alla vita a mo’ di cinta. Lupo la lascia nel sacchetto, nemmeno la apre; il cane la apre ma la butta sdegnato su un sedile. La Roma si scalda sotto di noi, manca veramente poco all’inizio della partita e lo stadio è quasi esaurito. Accanto al nostro settore (che è il distinto tra Sud e Monte Mario, come al solito) ci sono i tifosi residenti fuori dal lazio, i non tesserati, è li che prendono posto i tifosi stranieri e gli altri provenienti dal nord Italia, un centinaio in totale che conducono il tifo. Nel nostro spicchio, quello dei tesserati, siamo una cinquantina, sopra di noi il Roma Club Firenze, quasi sempre presente in trasferta, qualche sciarpa originale degna di nota al collo di qualche coetaneo e nulla di più.

Ci siamo, ecco le formazioni lette dal loro speaker eccitato, danno Alexis Sanchez in formazione e questo mi preoccupa un po. L’ultimo ad essere chiamato è Totò Di Natale ed il pubblico lo accompagna con un boato. Ora vorrei spendere due parole su questo personaggio che sembra uscito da un cartone animato. Premesso che è stato ed è tuttora un buon giocatore, che la Roma è la squadra a cui ha segnato più reti in campionato, nove, che ha trovato ad Udine il suo ambiente ideale rifiutando addirittura la Juventus la scorsa estate, vogliamo dire una volta per tutte che non si capisce un cazzo quando parla? In ogni intervista che rilascia ci sarebbe bisogno dei sottotitoli, sia perché non azzecca un verbo, sia perché deturpa la sintassi, sia perché vilipende la grammatica, ma soprattutto perché ha quel fastidioso accento “nappolitano” che mi manda il sangue in ebollizione. Lo so, è stata un’uscita da tifoso becero, ma visto il contesto ci sta bene.
Inizia la partita, prime fasi di gioco piuttosto interlocutorie, d’altronde la posta in palio è alta e si vede.
Non c’è Sanchez in campo, infortunatosi nel riscaldamento, lo sostituisce Denis, una discreta pippa che ci segnò lo scorso anno a Napoli. Ora loro si fanno più intraprendenti, sfiorano il gol con Di Natale su uno svarione in fase difensiva di Cassetti, che per poco non beffa quella sega di Doni. La nostra risposta è affidata a delle sortite di Rosi e Vucinic, che però non impensieriscono più di tanto Handanovic.
L’avvio timoroso della Roma ha dato maggiore fiducia all’Udinese, intorno alla mezz’ora un tiro da fuori di Abdi, viene parato senza problemi da quello “zaino” che abbiamo in porta.
Quattro minuti dopo ecco la prima conclusione della Roma verso la porta di Handanovic, punizione insidiosa di Totti, prolungata di testa da Denis verso il proprio portiere che si allunga e mette in angolo. Ci guardiamo e questo ci basta per capire che non sarà facile, lupo sventola la bandieretta da quando siamo entrati, io ed il cane ci estraniamo completamente, come ci capita spesso in Curva Sud, i pochi tifosi della Roma iniziano a farsi sentire.
Finisce il primo tempo senza altre azioni di rilievo, si avvicina timoroso uno steward che ci prega di allontanarci dalla via di fuga. Lo guardiamo con aria perplessa, “quale sarebbe sta via de fuga?” chiede lupo, “le scale, cortesemente, non sostate sulle scale” risponde lui. Dovete immaginare che ci trovavamo in un settore dalla capienza di alcune migliaia di posti, occupato da cinquanta unità, delle quali solo noi tre posizionati ai bordi delle scale, con nessuno vicino nel raggio di 50 metri. “Ma se ce stamo solo noi me dici chi cazzo ce passa da qua?” A questa mia elegante ed accademica affermazione non è seguita nessuna risposta da parte dello steward, che anzi si è allontanato abbastanza velocemente. Tolgo la sciarpetta dalla cintura, la guardo e penso se sia il caso di bruciarla, in fondo è brutta e fasulla, ma inspiegabilmente continuo a dargli fiducia e la metto intorno al collo, a mo’ di cravatta.
Riprende la partita, nessuna sostituzione, iniziamo meglio, il gioco ora lo conduciamo noi. Siamo agitati, non riusciamo a stare fermi guardo lupo che dice: “prepariamoci, tra poco segna la Roma, dobbiamo avere lo spazio per esultare”, “certo, ce semo quasi” risponde il cane.
Al 56 Pizzarro è al limite della loro area, da la palla al Capitano e va in profondità, Totti chiude il triangolo e lo mette in area, a ridosso della linea di fondo. Pinzi, laziale doc ed infame patentato, lo falcia, rigore netto, non protesta nessuno. Sulla palla il Capitano, l’arbitro fischia, noi siamo in silenzio con il cuore in gola. Parte Totti, Handanovic si tuffa alla sua sinistra, il Dio del calcio decide dopo 4 anni di rifare il cucchiaio, la palla si insacca dolcemente al centro della porta. Non ci crediamo, con un paio di passi scendiamo i 20 scalini che ci separano dalla balaustra in basso, urliamo come raramente ci è capitato di fare, ci abbracciamo commossi.
Chiaramente non è finita, sappiamo bene che ora viene il peggio, ma il Capitano ci ha regalato un’emozione grande. Tre minuti dopo abbiamo la possibilità di raddoppiare, ma Domizzi, altro laziale doc ed infame vero, salva sulla linea un colpo di testa di Juan, arrivato dopo un’uscita “alla Doni” di Handanovic. Brutto segno.
L’Udinese innervosita, si spinge in avanti con molta veemenza ma con poche idee, nel frattempo tre sostituzioni per noi, Taddei per Rosi, Borriello per un sempre più spento Vucinic che nel frattempo si è divorato un gol, e Perrotta per Brighi.
Anche loro provano a cambiare qualcosa, cercando più peso con Corradi, altro laziale doc ed infame autentico, che sostituisce un Denis inguardabile. Gestiamo la palla senza particolari problemi, ma il tempo non passa mai. Siamo all’ 86’, quando Di Natale, in una delle pochissime azioni che lo vede protagonista, sfrutta la sponda di Corradi di testa che salta in totale tranquillità, anticipa Juan e, da dentro l’area piccola in totale solitudine, realizza il pareggio. Lo stadio esplode, i giocatori dell’udinese fanno festa, per noi è quasi finita. Se in quel momento mi avessero dato un calcio nelle palle avrei avvertito meno dolore, sicuramente.
Riprende la partita, io mi accascio sfinito sul seggiolino, provo una delusione profonda, sono riusciti a rovinarci anche questa trasferta, niente dopo partita, mal di fegato in aumento, nausea e rodimento di culo per tutto il viaggio di ritorno che sarà lungo e noioso.
La Roma è completamente in bambola, c’è un’azione convulsa al limite della nostra area, Doni come al solito esce male, una serie di contrasti e rimpalli, la palla finisce in rete. Nuovo boato dello stadio, ma l’urlo stavolta rimane strozzato, l’arbitro inspiegabilmente (per noi che eravamo a circa 120 metri di distanza) annulla. Buon segno, questo ci restituisce un barlume di speranza, quattro minuti di recupero. Ora c’è una punizione per noi spostata sulla sinistra ad una ventina di metri dalla loro area, manca veramente poco alla fine, batte Pizzarro. La mette alta, la palla viene deviata e va in fallo laterale dalla parte opposta. Va sempre Pizzarro a battere, gli urliamo di sbrigarsi, c’è Riise lasciato completamente solo in area friulana, il Pek gli da la palla, il roscio fa in tempo a farla scorrere ed a metterla al centro a rientrare, proprio dove sta arrivando il Capitano. Qui è d’obbligo una piccola parentesi che aiuti i profani a capire meglio.
La Roma è la squadra del popolo di Roma. Essere romani e romanisti vuol dire avere un grande spirito di indipendenza, orgoglio, dignità. La Roma è sempre stata fuori dal Palazzo, all’opposizione. Tifare Roma significa essere anticonformista, sfidare il potere precostituito. Lotta, sofferenza, partecipazione totale. Valori che rafforzano il senso d’appartenenza e l’attaccamento alla squadra. La Roma è quel legame indissolubile che spinge ogni tifoso a far sentire la propria voce specie nei momenti di difficoltà. Francesco Totti è l’emblema di questa passione, colui che incarna lo spirito del tifoso e tiene alto il nome di Roma nel mondo.
Lui è poesia, luce, fantasia, amore, tenacia, emozione, gioia, è tutto quello che io (se avessi fatto il calciatore) avrei voluto essere, è e sarà sempre il mio Capitano.
La palla di Riise è perfetta, Totti con l’esterno destro la mette in porta dove Handanovic non può arrivare, un gol splendido. La rete si gonfia, è la nemesi, la catarsi.
Non ho chiara memoria di cosa sia successo subito dopo il gol del Capitano. Mi ritrovo attaccato al vetro con la bandiera in mano ad urlare con quanta voce ho in gola, nel tentativo di scavalcare ed entrare in campo per abbracciare il Dio del calcio, che anche questa volta mi ha regalato un’emozione che non scorderò mai. Mi arrampico, la voce mi si strozza, ho le vene del collo che stanno per esplodere, altro che quelle di capitan futuro, mi giro, cerco i miei due fratelli. Li vedo a 30 metri da me, Lupo ha scavalcato il fossato e sta per staccare un pezzo della rete di recinzione, urlando verso gli steward che lo guardano attoniti, il cane è a cavallo della balaustra, come si faceva negli anni 80 in Sud nel vecchio caro Olimpico, ha gli occhi lucidi le braccia al cielo. Ci abbracciamo forte, mi scendono le lacrime, non riesco a fermarmi. Nel frattempo la partita finisce, la panchina della Roma è in campo, tutti ad abbracciare Lui. Di Natale ha un attacco isterico, si butta a terra e piange anche lui, poi mette le mani al collo di un suo compagno.
Ma vattelapiànderculo te, nappule e tutta Udine!!!
Ho il cuore che continua a martellare forte, mi attacco al vetro in basso e chiamo Francesco con la poca voce che mi resta, lui si gira ci batte le mani ed alza le braccia, in segno di vittoria.
Ci vogliono una ventina di minuti per riprendere un aspetto umano, è troppo bello per essere vero. Partono le prime telefonate, Putty e Ricciotto da casa, mio padre, che a settant’anni esulta ancora come un bambino per un gol della Roma. Mi commuovo ancora, ma non mi va di farmi vedere dagli altri. Me ne vado giù e mi appoggio sulla balaustra, singhiozzo e mi godo questo momento splendido in cui scarico la tensione e l’adrenalina. Dopo alcuni minuti riesco a calmarmi, il cuore rallenta, ritorno su e ci facciamo fare una foto che sarà l’immagine di questa trasferta.

Dopo una ventina di minuti ci fanno uscire dallo stadio, siamo decisamente di più di quanti credevamo.
Recuperiamo con gli interessi gli accendini che ci avevano sequestrato, ne prendo una manciata e ne regalo quattro al cane, così finalmente la smetterà di chiedermi di accendere. Arriviamo alla macchina, gli udinesi vanno via a testa bassa, noi siamo felici ed ancora increduli, ci dirigiamo verso l’Old Pub, sono le 23.15.
Udine ci si presenta decisamente più bella, sarà la notte, sarà la vittoria, sarà che stiamo per andare a “berci una cosa” tutti e tre insieme, evento che purtroppo a Roma capita raramente. Arriviamo al pub, la signora gentile non c’è più, ora ci sono due ragazzi ed il locale è pieno. Ordiniamo al bancone e ci accomodiamo fuori in attesa che ci preparino due caraffe della famosa Gordon Fine Gold, che stavolta beve anche il cane, tre cheeseburger e due porzioni di patatine. Spuntano un paio di sciarpe bianconere al collo di due reduci dalla delusione appena patita al friuli, scambiamo due battute simpatiche, bisogna riconoscere che lo sport da queste parti ha conservato i veri valori che dovrebbero sempre animarlo. Si libera un tavolo, beviamo e mangiamo di gusto, immancabile il brindisi a noi ed al nostro amato Capitano.

Ordiniamo altre patatine, constatiamo quanto la Roma sia magica. Anche in una stagione orribile come questa è riuscita a darci soddisfazioni immense come i cinque derby vinti contro gli agresti e questa splendida trasferta. E’ quasi l’una, è ora di riportare lupo dalla famiglia. Saliamo in macchina, io guido ed il cane, visibilmente alterato dall’alcool si mette dietro e dopo pochi minuti si addormenta (sai che novità…). In mezz’ora arriviamo all’agriturismo, io e lupo scendiamo dalla macchina e ci abbracciamo forte, è stata una notte che ricorderemo a lungo, il cane continua a dormire sul sedile posteriore. “Non lo svegliare, salutamelo tu” dice lupo prima di scomparire tra le casette basse ed ordinate. Riparto e decido di non svegliarlo, lo lascio dietro. Dopo un’altra mezz’ora siamo di nuovo ad Udine, ma non ho sonno e nessuna voglia di tornare in albergo, decido di fare un giro per la città. Vago senza meta per quasi un’ora, nella testa mi scorre il film della partita, gli sguardi, gli abbracci, le lacrime, la gioia. Ad un certo punto prendo coscienza del fatto che mi sono perso. Accosto e chiedo a due signori quale sia la direzione per l’ospedale, visto che il nostro albergo è li vicino. Uno di loro si avvicina, guarda il cane accasciato dietro che dorme e mi fa: “Si è sentito male, serve aiuto?”
Fatico per non sbottare a ridergli in faccia, cerco di darmi un contegno e rispondo. “Ha avuto un attacco allergico, nulla di grave, gli capita spesso”. Mi da le indicazioni stradali e dopo pochi minuti siamo in albergo.
Parcheggiamo nel cortile adiacente, sveglio cenerentola, ci facciamo aprire dal portiere di notte e saliamo in camera. Ci prepariamo per la notte, vado in bagno e quando esco il cane già dorme di nuovo.

Accendo il televisore, l’adrenalina è ancora in circolo, di sonno neanche l’ombra, eppure sono quasi 48 ore che non dormo. Vorrei svegliare il cane per condividere questi momenti ma lui inizia a russare. Piccola digressione, qualche anno fa portai il bello addormentato nel bosco in vacanza in Calabria, dai miei parenti per una settimana. Vi risparmio la descrizioni dei pranzi e delle cene da me sapientemente pianificate a base di peperoncino, che causarono al cane la copiosa fuoriuscita di ragadi ed emorroidi. Logisticamente eravamo accampati in una casa di un mio zio e dormivamo in un bel lettone matrimoniale. La leggenda narra che durante la notte io avessi problemi respiratori ed emettessi dei suoni particolarmente violenti che impedivano al cane di prendere sonno, suscitandogli incazzature profonde. Da allora è partita una campagna denigratoria sul sottoscritto volta a mettere in risalto questo piccolo problema che è stato anche la causa di ben due interventi chirurgici. Ora che la situazione si era completamente ribaltata voi capirete, non mi pareva vero. Il cane russa come un cavallo, lui che si è sempre spacciato per un non russatore. Lo sveglio e gli dico di girarsi. Dopo pochi minuti ricomincia peggio di prima, lo risveglio ma niente da fare, nessuna posizione lo aiuta. Dopo l’ennesima violenta manata che gli rifilo sulla schiena si sveglia, apre gli occhi e mi dice: “c’hai la faccia come er culo, tu che dici a me che sto a russà, domani te sfonno”. Si riaddormenta di li a poco ed io rido, come al solito. Dopo una buona mezz’ora finalmente mi addormento, anzi svengo, perché quando mi risveglio verso le 5 di mattina ho ancora il telecomando in mano. Verso le 8.30 mi sveglio definitivamente tra gli insulti e gli spintoni del cane, che consuma la sua vendetta, evidentemente stavo russando.

DOMENICA 10 APRILE
Ci facciamo la doccia, prepariamo i bagagli ed andiamo a fare colazione, io indosso la polo ufficiale della Roma, con tanto di Lupo sul petto, poi paghiamo il conto e saliamo in macchina. Decidiamo di fare un giro per il centro di Udine e poi di andare verso San Daniele del Friuli, il prosciutto più buono del mondo ci attende. Parcheggiamo vicino a Piazza della Libertà, ci facciamo un bel giro a piedi e qualche foto.

Prima di riprendere la macchina ci fermiamo in bar per un caffè. Al suo interno un signore di mezza età discute animatamente con suo amico sul “furto” subito dall’udinese la sera prima: ”ci hanno rubato la partita, noi siamo un squadra provinciale, ti pare che faranno andare noi in Champions?”
Noi siamo alla cassa, voltati di spalle ed ascoltiamo divertiti. Quando arrivo al bancone per ordinare i caffè mi giro ed il signore vede la mia maglia. A quel punto gli occhi gli diventano rossi, mi fissa ed inizia a dire al suo amico: “Totti è un giocatore finito, un bidone, uno capace solo a sputare in faccia agli avversari, Di Natale invece è un grande giocatore, magari ce ne fossero come lui”. Attende chiaramente una risposta alla sua provocazione, ma non raccolgo. Sorseggio il caffè, lo guardo e gli rido in faccia. Lascio un euro di mancia al barista e, prima di uscire, mi avvicino al signore, tiro su gli occhiali, lo fisso e gli dico: “Grazie di tutto, è stato un piacere”, aprendo la mano a mo’ di saluto, tanto caro ai laziòti da qualche tempo a questa parte. Lui diventa rosso come la maglia della Roma ma non replica, usciamo ed andiamo verso la macchina.
San Daniele è a circa 30 chilometri da Udine, la giornata è splendida, un bel sole ci scalda, la strada è libera. Lo stereo di bordo suona la colonna sonora del nostro film preferito “Febbre a 90”, quella che ci ha sempre accompagnato in ogni trasferta. Riascoltiamo più volte le canzoni, siamo in uno stato di pace ed armonia interiore che senza il gol del Capitano non ci sarebbe mai stato. Arriviamo dopo 40 minuti, San Daniele è arroccato su di una collina, saliamo con la macchina, il paese è grazioso, alcune case sono splendide villette con il giardino, la cosa che ci colpisce sono i locali dove si mangia che invece di chiamarsi osterie si chiamano prosciutterie. Decidiamo di chiedere dove andare a mangiare, per non prendere la fregatura, che è sempre dietro l’angolo. Vediamo una signora con rastrello in mano che sta pulendo il suo prato.
Vista di spalle sembra un lottatore di sumo, ha le braccia grosse come una coscia del cane, accosto e le chiedo dove poter mangiare un po’ di prosciutto buono. Ci indica quello dove generalmente va lei con il marito, si chiama Prosciuttificio Dok Dall’Ava e sta a poche centinaia di metri sulla statale.
Parcheggiamo e ci dirigiamo all’interno. Il locale è veramente bello, nuovo, arredato e rifinito con cura, tutto in legno, con centinaia di prosciutti in bella mostra, un angolo con il market per comprare i prodotti tipici ed una splendida veranda all’aperto. Ci sediamo fuori e ci portano un menù solo per i prosciutti, ci sono quelli tagliati a mano, a macchina, invecchiati 24, 36 o 48 mesi e quelli gran riserva.
Una cosa da rimanere a bocca aperta.
Prendiamo due piatti di prosciutto, due ”Frico con la polenta”, piatto tipico consigliatoci da lupo fatto con del formaggio, delle patate e dei pezzetti di prosciutto servito caldo, una selezione di formaggi e del vino bianco friulano, tutto per 42 euro. Penso di non aver mai mangiato del prosciutto così buono, impossibile descriverne il sapore. Quello che a Roma ci spacciano per San Daniele non ha nulla a che vedere con questo. Mangiamo e beviamo di gusto. Vado al bagno e questo mi sorprende ulteriormente. Puliti e profumati come quello di casa. Un posto veramente degno di nota.

Prima di ripartire mi fermo al market interno e compro i prodotti che abbiamo appena degustato per farli assaggiare ai miei genitori ed a Putty e Ricciotto. Il proprietario si raccomanda di mettere il prosciutto vicino all’aria condizionata per preservarne la fragranza, poi ci dice che entro l’anno apriranno un loro prosciuttificio a Roma, attendiamo con ansia. Saliamo in macchina, mi metto alla guida e ripartiamo alla volta dell’autostrada che ci riporterà a Roma. Siamo felici, era il fine settimana che sognavamo da tempo. Ci fermiamo e facciamo delle foto, una cartolina da conservare ed inviare agli amici.

Riprendiamo l’autostrada, sono quasi le 13, la colonna sonora è sempre la stessa. Dopo pochi minuti di viaggio il cane ha un nuovo cedimento e si riaddormenta. Ma quanto cazzo ha dormito in questi due giorni?
Guido fino a dieci chilometri da Bologna, poi ci fermiamo, prendiamo un caffè e rifacciamo il pieno.
Il viaggio scivola via tranquillo, alle 15 ci sintonizziamo sulla rai e sentiamo le partite. Il Napoli gioca a Bologna per difendere il secondo posto, la lanzie in casa con il parma, vinceranno entrambe. La vittoria della lanzie è l’unico neo di questi due giorni perfetti, ma la cosa ci tocca il giusto, mancano ancora sei partite e loro hanno 4 punti di vantaggio, abbiamo tempo per riprenderli.
Cambio alla guida, ora sono io a dormire per un paio d’ore. Alle 20.30 siamo a Roma, dopo una mezz’ora di fila al casello di Roma nord. Arriviamo sotto casa del cane e la bandieretta riprende a sventolare fiera, ha fatto il suo dovere.
Questo è il racconto del fine settimana che speravamo di vivere quando lo abbiamo organizzato, forse sono stato prolisso, ma è andato tutto come volevamo, niente escluso.
Questi due giorni avranno sempre un posto particolarmente caro nei nostri ricordi.

A Flavio ed Emiliano

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“Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un pò ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perchè l’Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l’Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo…Ok, va bene tutto, ma non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano 3 minuti alla fine e stai 2-1 in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce, stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa. E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato l’elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale; perchè sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio? E la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c’è in questo?…..anzi è piuttosto confortante se ci pensi.”

Fabio Torri