mercoledì, novembre 13, 2019 Anno XV
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Il porticato di piazza Augusto Imperatore era inondato di sole. Un gruppo  di turisti, condotto dalla guida con l’immancabile ombrellino per indicare la direzione, sfilava eccitato e abbagliato. Ragazzi e ragazze in shorts e magliettina, le pelli chiarissime chiazzate dal sole già caldo della primavera romana. Seduto ad uno dei tavolini Guido consultava allarmato l’orologio mordicchiandosi un labbro. La pausa che si era concesso durava ormai da oltre un’ora. Troppo per una normale giornata di lavoro. Fu così che lo sorprese Marco, trafelato e accaldato, che si accasciò su di una sedia accanto a Guido e contemporaneamente attirò l’attenzione del cameriere. “Allora, cos’avevi da dirmi di così urgente e segreto da non potermelo anticipare al telefono?” esordì Marco senza neppure salutare l’amico. Guido fece un gesto a Marco come di abbassare la voce. Il cameriere li aveva raggiunti col menù e picchiettava con la penna sul taccuino in attesa delle ordinazioni. Entrambi ordinarono un’insalata e una mezza minerale. Il classico spuntino di chi sa che tra qualche mese dovrà superare l’inesorabile prova costume. Marco era sempre più spazientito. Guido, allora, gli disse tutto d’un fiato “vado a Genova!”. L’espressione di Marco non nascose affatto la sua delusione. Cosa mai ci poteva essere di straordinario nel passare qualche giorno a Genova? Non volendo, però, essere offensivo nei confronti di Guido gli rispose che certo la meta era distante, ma Genova era comunque una città che meritava una visita. Il porto vecchio, l’acquario, i carruggi e poi a Genova si mangia benissimo e si offrì di indicargli un paio di trattorie che conosceva. Guido si accorse immediatamente di essere stato frainteso e replicò. “Guarda che io mica vado a fare il turista, vado alla partita con la Sampdoria!” e detto questo prese dalla tasca il biglietto appena acquistato e lo mostrò a Marco. Questi prese il biglietto, lo rigirò tra le mani e poi rispose: “questo non è un biglietto, è un certificato. Il certificato che tu sei completamente deficiente!”. “E magari ci vai pure con tua moglie” continuò Marco che all’annuire di Guido rincarò la dose “così alla neuro vi ci portano entrambi”. Guido, invece di offendersi, s’illuminò in volto. La reazione di Marco era la conferma che voleva. Da qualche giorno, infatti, Guido si era convinto che la vicenda della vendita della Roma, o meglio del presunto fallimento della vendita, si sarebbe trasformata in uno spartiacque. Da una parte quelli che ne avrebbero tratto motivo per prendere le distanze dalla Roma, professando pubblicamente di non andare più allo Stadio o di non rinnovare l’abbonamento. Dall’altra gli innamorati come lui. E si era fatto l’idea che a Genova si facesse l’appello. Non che Guido fosse un veterano delle trasferte, al contrario. Lui era solo un innamorato perso della Roma e per lui Genova non era una trasferta, era il gesto di uno di quegli innamorati che sanno che stanno per essere divisi e moltiplicano le occasioni per incontrarsi, fino all’ultimo secondo. Marco, ovviamente, apparteneva alla prima categoria e non ne faceva mistero. Accettò quindi il confronto e disse chiaramente a Guido quello che pensava. Iniziò a snocciolargli di essere stufo della famiglia Sensi e della sua ostinazione nel privare la Roma di quel salto economico che, finalmente, l’avrebbe riscattata da anni di vacche magre, di giocatori comprati a parametro zero, di anonimi secondi posti vissuti come trionfi e di coppe Italia festeggiate come un mondiale. “Per quello che mi riguarda allo Stadio non metto più piede, e se vado a Genova è per il salone della nautica, non certo a Marassi a tre giornate dalla fine del campionato a farmi ridere dietro dai Doriani e a regalare gli ultimi euro a Rosella la pulciara. Abbiamo avuto l’occasione per diventare grandi e l’abbiamo buttata al vento per colpa di quella. Vacci tu a Genova povero illuso, e non venirmi a fare la predica del perfetto tifoso!”. Marco perse completamente le staffe e si alzò di scatto, lasciando a metà l’insalata. Fece qualche passo e poi si voltò verso Guido. Indicandogli il piatto gli disse con fare sprezzante: “mettila in conto a Rosella, se ha ancora liquidità!” e si allontanò. Guido rimase al suo posto senza proferire parola. Riprese a mangiare la propria insalata aggiungendovi il contenuto del piatto di Marco. Da quando si era rimesso a dieta era costantemente affamato. Stringendosi nelle spalle disse ad alta voce “uno di meno” registrandolo mentalmente come un successo. Poi si perse nei suoi pensieri. Non era mai stato a Marassi e poteva solo immaginare il catino urlante e lui in piedi circondato da sciarpe giallorosse e con sua moglie Francesca al suo fianco. Ripassò a bassa voce i cori e rimase così sognando ad occhi aperti. Neppure si rese conto che il cameriere era in piedi accanto al tavolino. Accortosene, istintivamente mise mano al portafoglio. Il cameriere lo fermò con un gesto. “Queste le mettemo a conto a quelli”, disse il cameriere indicando le insalate e rivolgendo lo sguardo verso un tavolo vicino, “tanto so a rimborso spese e so pure daa juve. Vai a Genova? Pur’io, parto alle 5 domenica. Ma nun lo dì forte, perché er principale e daa lazzie”. Guido strinse forte la mano che il cameriere gli porgeva. Mentalmente aggiornò il suo conto: “due a uno e palla ar centro Marcolì”.

Con quella faccia un po’ così
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi prima di andare a Genova
e ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c’inghiotta e non torniamo più