domenica, settembre 15, 2019 Anno XV
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La lunga rincorsa pesa nella volata finale. Dopo ventiquattro partite in cui era filato tutto liscio ti ritrovi un chiodo piantato nel copertone. Inutile ora chiedersi se è stata colpa nostra per non averlo evitato, colpa dell’organizzazione che ce l’ha messo, o imprecare contro il destino. Bisogna continuare a spingere, sapendo che la ruota non girerà veloce come prima. Ma spingere fino alla morte per non avere rimpianti.

Una Roma aggressiva che parte benissimo, addirittura come non si vedeva da molto tempo. Un’azione dopo l’altra, un’occasione dopo l’altra. Il capitano ispiratissimo segna e mette in condizione gli altri di farlo.

Juan, Vucini, Menez e ancora il capitano. Tanti i tiri in porta, tante le possibilità di buttarla dentro e chiudere l’incontro nel primo tempo. Ma tutto il cinismo delle scorse partite si spegne dentro la bellezza delle azioni.

La Samp non si è proprio vista in campo, schiacciata dall’enorme superiorità dei giallorossi. Solo nell’inizio secondo tempo danno una botta all’acceleratore è purtroppo gli basterà. Il pareggio è la mazzata inaspettata, la classica mazzata subita da chi domina e si ritrova a ricominciare tutto da capo. In più con il peso della classifica sulle spalle.

L’ingresso di Toni, le percussioni di Vucinic e Menez, i minuti che scorrono velocemente. Pareggiare o perdere non fa differenza e allora tutti avanti. O si fa o si prende. Toni segna ma per chi aveva iniziato a esultare l’urlo rimane a metà perché la bandierina del guardalinee si innalza nel cielo.

Pazzini raddoppia e cala la tristezza ma non l’orgoglio, ferito si ma mai domo. I tre minuti di recupero sono una presa per il culo che non meritiamo. Sei cambi, due gol, le scenate blucerchiate, le perdite di tempo di Storari, le passeggiate del mediocre arbitro.

La matematica dice che si può fare, la logica forse un po’ meno. Ma questa volta ci aggrappiamo ai numeri e al nostro sogno, un po’ offuscato ma ancora vivo. Tre vittorie e poi sommiamo.

petra@corederoma.it