lunedì, dicembre 10, 2018 Anno XV
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MaracanaIl 16 luglio del 1950 è un giorno che i brasiliani non dimenticheranno mai. Anzi, che ricordano come un vero e proprio incubo. Avevano costruito il più grande stadio di calcio del mondo, un impianto che conteneva (dicevano allora) 200mila spettatori. Si erano assunti l’onere di ospitare la quarta edizione della fase finale della coppa Rimet, sicuri come erano di vincerla. L’Europa era ancora sconvolta dal conflitto che l’aveva ridotta ad un cumulo di macerie e non era certo in grado di ospitare una manifestazione che aveva ormai conquistato la stessa importanza delle Olimpiadi moderne. Certo, la distanza non favoriva le compagini del vecchio continente e le sudamericane erano le grandi favorite. Su tutte, ovviamente, il Brasile. I verdeoro passarono come un rullo compressore su tutte le avversarie, eccezion fatta per una inutile partita con la Svizzera. Nel girone di finale avevano devastato la Svezia (7-1) e la Spagna (6-1). Nell’ultima partita, quella con l’Uruguay del 16 luglio 1950, bastava loro un pari per fregiarsi del titolo di campione del mondo. La vigilia era trascorsa fra i grandi proclami dei brasiliani e la spasmodica attesa dei tifosi. Il tecnico uruguagio, Varela, si trovò a parlare con Juan Alberto Schiaffino, il suo giocatore più rappresentativo, e vide nelle vicinanze molti componenti della nazionale brasiliana. Così esclamò ad alta voce, per farsi udire da tutti: “Pepe, se domani perdete con soli tre gol di scarto, per me avete fatto appieno il vostro dovere!”. Ovvio, uno dei tanti mezzucci per sconcertare gli avversari. Varela conosceva bene il carattere dei suoi calciatori e l’orgoglio e la smisurata classe di Schiaffino.Schiaffino gol La partita fu un incubo per i brasiliani, che raccontarono dopo: “Dovunque ci muovessimo nel campo, dovunque guardassimo, noi vedevamo Schiaffino sulla traiettoria del pallone”.
Esplose lo stadio più grande del mondo quando Friaca portò in vantaggio i verdeoro. E continuarono nel loro spavaldo attacco. Col risultato di essere infilati due volte in contropiede da Schiaffino e da Alcide Ghiggia. Il titolo andò all’Uruguay, provocando dolore immenso in tutto il Brasile, persino numerosi suicidi di tifosi.
Nacque così la leggenda di “Pepe el Diablo”, Juan Alberto Schiaffino, uno dei più grandi giocatori che abbiano mai calcato i campi di calcio. Un genio di modernità calcistica, il primo esempio di applicazione vincente della tattica nel calcio. Con Juan Alberto Schiaffino, il mondo scoprì che l’intelligenza calcistica contava più o meno quando la tecnica. E lui di tecnica ne possedeva come nessun altro!
Dopo i mondiali del 1954, Schiaffino lasciò il Penarol di Montevideo per emigrare al Milan. E farlo grande. Vinse tre scudetti e sfiorò il successo nella Coppa dei Campioni, perdendo solo nella finale con il Real Madrid di Di Stefano e Puskas il 28 maggio del 1958, 3-2 nei tempi supplementari.
E poi, da ultimo, venne alla Roma. Era il 1960, “Pepe” aveva ormai 35 anni e sembrava definitivamente avviato sul viale del tramonto. Era anche tipico della Roma di quegli anni fare un po’ da cimitero degli elefanti a campioni ormai in là con l’età agonistica.Juan Alberto Schiaffino Ma Schiaffino, nella prima stagione, disputò 29 partite in campionato e la sua sapiente regia consentì a Pedro Manfredini di segnare 20 reti. La seconda non andò altrettanto bene e, dopo aver disputato solo 10 partite ma aver comunque partecipato alla conquista dell’unico trofeo internazionale vinto dalla Roma, la Coppa delle Fiere, fece ritorno in patria. Insomma lasciò un’impronta indelebile anche a Roma. “Io non sono mai riuscito a farmi pagare neanche un caffè da lui”, ci raccontò un po’ di tempo fa Nils Liedholm. A conferma di una taccagneria divenuta persino leggendaria. “Ma – ci disse anche Giacomino Losi – era generoso nel prendersi le responsabilità. In campo e fuori. Era una specie di nostro rappresentante che si assumeva sempre l’onere di andare dal presidente per richiedere premi e adeguamenti di stipendio”. Giancarlo De Sisti conserva di lui un ricordo vivido e grato. “Per un ragazzino alle prime armi come me era un esempio seguirne i movimenti in campo. Quando debuttai in prima squadra, lui arretrò nel ruolo di libero. Era sempre prodigo di consigli nei miei confronti, anche se la mia presenza gli aveva creato questa piccola difficoltà”.
Il che non era così scontato, visto il caratterino vivace e iroso che si ritrovava. D’altra parte, era ciò che gli aveva fatto guadagnare il soprannome di “Pepe”. E una volta, il tecnico della nazionale uruguayana Varela, al culmine di uno dei frequenti scontri col calciatore, in risposta al suo atteggiamento isterico, gli diede un franco consiglio: “Taca una mujer!”. Come dire: vai con una donna. Non è dato sapere se Schiaffino seguì il consiglio. Certo che se la signorina in questione allora era una “professionista”, viene il dubbio che il consiglio di Varela sia rimasto lettera morta.
Juan Alberto Schiaffino ci ha lasciati il 13 novembre 2002, all’età di 77 anni. E, senza nulla togliere ai tifosi milanisti che lo videro per tanti anni trionfare in maglia rossonera, anche noi romanisti abbiamo avuto una lacrima ed un rimpianto da dedicargli.