sabato, dicembre 14, 2019 Anno XV
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Quello che sembra…

A volte ho la sensazione che a quasi cinquanta anni sia ridicolo scrivere di calcio. Davanti ai dolori, veri della vita provo vergogna a ritenere un dolore una mancata finale sciupata o un derby perso. Ma si sa che nel percorso della vita di ogni essere vivente i dispiaceri non si possono scegliere. Ciascuno vive le proprie sofferenze per quello che sono, al punto che anche una finale di coppa dei campioni può provocare un dolore forte da sopportare. Non so quante volte ho immaginato i miei giorni senza questo sentimento. Ho molti amici che del calcio non gliene può fregare di meno che niente, ed è dai loro comportamenti che immagino il mio percorso senza il calcio. Dalle Loro abitudini mi rendo conto che in ogni modo, anche per essi esiste l’inseguire una qualsiasi passione. Perché le passioni danno a volte un senso alla vita. Riempiono quei giorni un po’ così, diciamo monotoni. Inevitabilmente ci si imbottisce l’esistenza di cose nuove da fare che disgraziatamente diventano abitudini. Ne cerchi altre, ed altre ancora, senza sosta. Avranno in qualche modo conosciuto tante di quelle cose che alla fine pensi che siano pienamente appagati. Nella realtà poi è un’altra cosa. Il mio amico Fabio, l’agnostico del calcio, per Noi che con il pallone ci andavamo anche a letto, avrà percorso vie e viottoli delle tante cose da fare, ma alla fine l’ho sempre trovato insoddisfatto. Non è così vero che uno come me sappia essere solo ”l’ultrà” e basta. Ho tanti altri interessi che vanno dalla lettura al lavorare in una radio, ma quando ti appiccicano un etichetta quella è e te la tieni.
Chi non ha degli amici o conoscenti, che ti guardano come se fossi un marziano quando ti infervori per spiegare il perché di una sconfitta o di una vittoria?. Sei sempre guardato con sospetto o con commiserazione. Giudicato a prescindere come quello o quelli che non dormono, per la paura o la tensione che c’è prima di un derby, o che riescono a fabbricare quello che nella vita dei tanti giudicanti risulta difficile da comprendere, come quando senti che tutto intorno a te sta crollando per un gol subito o per una sconfitta pesante della tua squadra. Può sembrare banale ma non ci possiamo fare niente, siamo un popolo di mediocri visionari di quello che sono veramente “gli altri problemi della vita”.
Mi dispiace per queste persone, ma proprio quelli come Noi, riescono a tirare fuori buoni sentimenti e tanta di quella solidarietà da farli sprofondare nei loro tentativi di apparire “normali”.
Non ho vergogna di dire e raccontare i miei dopo partita con la testa tra le mani, con le lacrime di dolore, che bagnano il viso. Ne assapori la loro salinità non appena ti sfiorano le labbra. Tanto ne sei fiero che non fai niente per nasconderle. In quel momento, quelle lacrime sono medaglie che premiano quella sofferenza, che puoi capire solo te.
Quante volte, troppe, ho vissuto una curva, uno stadio o quasi, in lacrime. Nella mia stessa situazione c’erano altre persone, ragazzi, famiglie, signore di una certa età e poliziotti, che dietro una divisa riuscivano a nascondere una appartenenza, ma non un dolore. Momenti che tieni segreti nell’anima, che eviti di ricordare come quel Roma Liverpool del 1984/85, o l’addio al calcio di Francesco Rocca, o meglio ancora per quel Roma Lecce famoso del 1986/87.
Ho cercato volutamente questo capitolo in questa testimonianza personale, per rendere comprensibile questo particolare modo di essere e non fare la figura di quello che sembra non avere altri interessi al di fuori del calcio. Non che debba giustificarmi con qualcuno, ma è solo per sfatare un luogo comune, di colui che parla di calcio, quasi a rasentare il ridicolo, e non sia sollecito ad affrontare altri argomenti che non riguardino “22 scemi che corrono dietro un pallone”.
La vita segnata nel mio destino ha fatto si, che anche per merito di questa passione a volte ritenuta puerile ed inutile ho sviluppato un innato senso di appartenenza e di rispetto per chi non vede la vita come la vedo io.
Ho molto rispetto di chi, anche se con altri colori di una sciarpa al collo, o di un’altra ideologia politica o sociale, conduce o meno il mio stesso ordine di vita. Estremo rispetto per chi come me è un “ultrà”, con tutti i pregi ed i difetti che ne derivano.
Si sottovaluta e non si prende mai abbastanza in considerazione l’importanza del fenomeno sociale che ha il calcio nella popolazione. A testimonianza di questo ci sono i comportamenti della maggior parte della popolazione che si trova a festeggiare o a soffrire per una partita della nazionale o per la squadra del cuore.
Un esempio: quando a Roma anni fa, vinse lo scudetto la Lazio, al contrario di quello che si potesse credere, Roma si svegliò in una velata tristezza. Nei bar, per strada, si respirava malinconia.
La città era silente, sembrava che si stesse vivendo una tragedia. Questo è per lo meno quello che avvisai a pelle la mattina dopo lo scudetto della Lazio. Loro, i cugini che mai avremmo voluto, dicono che per il loro scudetto, non aspettato, non erano state preparate feste e quindi i popolo laziale era andato al mare. Ecco il perché della poca gente in festa per le strade della città. Chissà se sarà servito a giustificare le poche anime che si recarono al Circo Massimo in quella occasione.
Quando lo scudetto lo vinse la Roma invece, fu un’altra cosa. Due milioni di persone al Circo Massimo a festeggiare con bandiere al vento. Una marea di gente mai vista prima in nessun altro raduno di folla. Non mi vanto per questo, perché ritengo che quando si sente di appartenere ad un’idea, anche se a viverla si è da soli o in poche persone è sempre un grande onore averla vissuta.
Questo ed altro dimostra, dal mio punto di vista, che l’essere tifosi non si limita solamente a legarsi al risultato di una partita, valorizza invece l’aspetto delle emozioni che si provano in una curva.
Quelli come me, ultrà di curva, nella loro vita sono diventati buoni padri di famiglia, grandi lavoratori ed hanno pianto di gioia per un sorriso del proprio figlio o per una parola che tocca il cuore di chi li ama. Nello stesso momento proseguono il viaggio, nello stesso scompartimento di un treno testimone di tante trasferte, allo stesso modo di quelli che il treno lo prendono per scappare dalle noie del normale vivere.
Quello che sembra è per quelli che non capiranno mai cosa si sono persi nella vita; è per quelli che la vita è solo la ricerca di uscire da un senso di vuoto ed insoddisfazione. Se non vivi di qualche passione c’è poco da stare allegri. La passione, per un tifoso di calcio si può, a rigore di logica chiamare amore. Quel particolare amore che ti fa apparire un alieno, specialmente quando ti trovi tra amici a cui il calcio non interessa proprio, o insieme a chi utilizza il calcio come diversivo di una serata; i classici e seriali tifosi della nazionale per intenderci.
In realtà un ultrà è targato. Una bella targa di ignoranza attribuita insieme al luogo comune che l’ ultrà è titolare di una sapienza limitata, circoscritta all’emisfero del tappeto di gioco verde. Per fortuna che i luoghi comuni rimangono luoghi comuni, e poi ognuno è libero di vivere come vuole. La cosa importante è non giudicare per non essere giudicati, anche se in realtà rimane molto difficile ai molti.

Massimo Lanzi