lunedì, luglio 22, 2019 Anno XV
          Iscrizione Torna alla Homepage Segnala il sito


L’uomo si mise alla tastiera del personal computer. Su quella pagina bianca voleva dare forma e colore al tumulto del proprio cuore.
Voleva mettere ordine alle immagini che affollavano la propria mente. A quelle collettive, di distruzione, di lacrime, di una fila infinita di bare. E a quelle private. Iniziate con un risveglio notturno nel tremare sinistro del proprio letto e proseguite in una settimana di stordimento e di commozione.
Provò a collocare le une accanto alle altre. A dare sfogo con le parole alla propria pietà senza trasformarla in retorica.
Vide scorrere sotto ai propri occhi la dignità del popolo abruzzese. Troppo fiero e orgoglioso per concedersi alla voracità di telecamere impertinenti ed arrendersi a giornalisti assetati di emozioni da copertina.
Vide la volgarità ed il cinismo mischiate alla partecipazione e al silenzio.
Vide il sacrificio muto di uomini trasformati in angeli di vita e l’esibizionismo ciarliero di politici camuffati da soccorritori.
Vide l’Italia denudata di fronte al proprio dolore e quella che si mette in posa al ballo mascherato di una mediocre celebrità.
Provò a concentrarsi per scrollarsi dalla propria impotenza.
Per dare qualcosa di suo che non fossero solo parole.
Pensò a quello che stava faticosamente mettendo assieme ai propri fratelli.
Un furgone di aiuti.
Una piccola cosa. Una goccia per un popolo privato di tutto e assetato di risposte.
Un atto di consolazione.
Un segno di vicinanza.
Provò a scrivere di tutto questo e le parole gli uscirono attorcigliate come i propri pensieri.
Ma in quel momento era tutto ciò di cui era capace.
Accanto a lui il telefonino continuava a lampeggiare.
Messaggi privi di risposta imponevano la sua attenzione.
Gli bastò leggere i mittenti per capire di cosa si trattasse e cancellò i messaggi senza neppure averli letti.
Provenivano dallo Stadio Olimpico.
Per lui, in quel momento, da un’altra dimensione spazio-temporale.
In un altro tempo avrebbe potuto partecipare a quel gioco.
Gli vennero in mente le parole millenarie del Qoelet.
D’una saggezza che va oltre qualsiasi credo e qualsiasi religione.
«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare».
Il tempo per gioire e per soffrire per una partita di pallone sarebbe tornato.
Come sarebbe tornato il sorriso sui volti dei suoi fratelli d’Abruzzo.
Ma ora per lui non era ancora tempo.
Tempo di derby, Sabato Santo.

Alla fine dell’Italia
Un bacio fa rumore
E sotto le ciglia piove già
Sei rimasto senza più parole
A guardare in faccia la realtà
Non ci insegneranno mai l’amore
I potenti e la carità.
Le croci rosse sulle rovine
Davanti a me si perde il mare
Io sto con te senza lacrime
Tu come fai a darti pace
In questa immensità, in questa solitudine.