domenica, Novembre 27, 2022 Anno XXI


Quando Fabrizio aveva detto a Manuela che sarebbe andato comunque a Milano a vedere la partita contro l’Inter, lei si era limitata a scuotere la testa. Del resto, Fabrizio era così: prendere o lasciare e a lei suo marito andava benissimo.
Erano partiti a metà mattina in macchina, in quattro, i soliti.
Oltre a Fabrizio: Marco, Luca e Francesco.
Si sarebbero alternati alla guida, anche se strappare il volante dalle mani di Fabrizio sarebbe stata come al solito un’impresa, per tornare a casa all’alba del giorno dopo, guidando tutta la notte, sperando di poter riposare qualche ora in macchina. Poi si sarebbero fatti una doccia e sarebbero andati al lavoro.
Come prevedibile era stato Fabrizio a mettersi al volante. Gli altri non avevano fatto resistenza, pregandolo solo di fare almeno un paio di soste, che l’ultima volta che erano partiti assieme aveva fatto tutta una tirata e si erano trovati a Milano alle due del pomeriggio stremati e con le vesciche che gli scoppiavano.
A Badia al Pino avevano fatto la prima fermata: cappuccino, cornetto e il solito minuto di silenzio per salutare Gabriele Sandri lasciando, come sempre da quel triste giorno di novembre, una sciarpa.
Poi il pranzo a Parma: tortellini in brodo e lambrusco. Con Luca che si era intrattenuto a lungo a chiacchierare con la procace proprietaria, tra le battute ironiche e maliziose degli amici. Anche quello faceva parte del loro rito pre-partita.
A San Siro erano arrivati intorno alle sei del pomeriggio e avevano lasciato l’auto un po’ distante dallo Stadio, in una via laterale, per evitare il traffico del ritorno, dirigendosi compatti verso il settore ospiti, senza dire una parola e senza segni distintivi, per evitare problemi.
Superati i controlli, erano entrati nella Scala del calcio e come al solito avevano provato un pizzico d’invidia per quel catino con gli spettatori a pochi metri dal campo. Attorno a loro forse tremila romanisti, o poco meno.
Poi la partita, con l’illusione di farcela e la «solita» la delusione per il «solito» risultato condizionato dal «solito aiutone» arbitrale ai nerazzurri, con Balotelli che era venuto sin sotto il loro settore a sfotterli. Rabbia, amarezza e frustrazione erano calate sui loro volti.
Al ritorno nessuno aveva voglia di parlare e le notizie che arrivavano sui loro telefonini, dato che a quelle latitudini non avevano neanche la consolazione di una radio amica che gli facesse smaltire la rabbia, non avevano fatto altro che aumentare la loro depressione, confermando quello che avevano visto dagli spalti.
Fabrizio si era messo al volante anche al ritorno, incurante della pioggia che aveva cominciato a tormentarli. Accanto a lui Francesco, rannicchiato sul sedile col suo metro e novanta. E sui sedili di dietro Marco e Luca, acciambellati sull’angusto divanetto.
Per tenersi sveglio Fabrizio, visto che di parlare nessuno aveva voglia, aveva cominciato a canticchiare e ad un certo punto aveva intonato «Tornar» di Paolo Rossi.
Neppure il tempo di attaccare le prime strofe che Luca l’aveva tirato da dietro: «piantala!» gli aveva sussurrato con un sibilo rauco, col poco di voce che gli era rimasta. «Proprio una canzone di un interista ce devi fa senti?». «E pure zecca» aveva aggiunto Marco, svegliato dal trambusto. Fabrizio, che non aveva voglia di discutere, aveva smesso di cantare, concentrandosi di nuovo solo sulla striscia d’asfalto resa sempre più viscida dalla pioggia.
Pian piano la delusione aveva abbandonato Fabrizio che si era sorpreso a sorridere da solo, restando in silenzio, per lasciar dormire gli altri passeggeri.
L’avessero lasciato fare, li avrebbe tenuti svegli con la sua voce un po’ baritonale, sciorinando tutto il repertorio più melenso che conosceva. Ma si era accontentato di canticchiare solo con la mente e ora guidava sereno e concentrato.
Era stato Francesco ad accorgersi del cambiamento d’umore del loro autista e dopo aver ripreso il controllo di sé, stropicciandosi gli occhi e sbadigliando più volte, ad un certo punto non aveva resistito e ne aveva chiesto conto a Fabrizio.
Fabrizio non aveva risposto, concentrato alla guida, e si era limitato solo a sorridere toccandosi più volte la sciarpa che aveva al collo.
Francesco, allora, incurante del riposo dei compagni aveva chiesto loro cosa avesse da ridere Fabrizio.
«Se vede ch’è nnammorato» aveva risposto Marco, e Luca, di rimando: «fracico!».
Fabrizio non aveva risposto, limitandosi ancora a sorridere e ad annuire col capo.
«Ma Manuela lo sa?» aveva aggiunto Marco ormai completamente sveglio. E ancora una volta Fabrizio si era limitato ad annuire e sorridere.
«Semo tutti innammorati fracichi. Innammorati fracichi pe’ la Roma sennò a st’ora staremmo sotto alle pezze» aveva infine sentenziato Francesco.
Erano appena arrivati al casello di Roma-Nord e Fabrizio rallentò appena il tempo di far alzare la barriera del telepass.
Poi ripresa velocità si mise a suonare il clacson a distesa e aprì il finestrino, lasciando che un getto d’aria fredda invadesse l’auto e che un lembo della sua sciarpa sventolasse al di fuori dell’auto.
Qualcuno, vedendoli, avrebbe pensato che avessero vinto.
E non avrebbe avuto torto.
Perché loro vincevano. Sempre.

Cosa sei per me
spiegarlo non è facile
sei ciò che mi consola: tu sei la Roma
Guarda questa gente che ti segue e si innamora
devi esserne orgogliosa,
tu sei la Roma

(*) Dopo una partita come quella di Milano verrebbe voglia di piantare tutto, di pensare che tutto è già scritto e già deciso. Poi pensi ai tremila romanisti di Milano, che non hanno smesso di cantare un minuto e a quelli di loro che hanno fatto più di mille chilometri solo per la Roma. Questo racconto è dedicato a loro, e al loro amore infinito.