domenica, Gennaio 26, 2020 Anno XV
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Il luogo più immediato e diretto in cui si esprime la lingua romanesca è la poesia e la forma poetica che meglio di ogni altra esprime la concretezza, la concisione e la spietatezza dell’animo romanesco, è senz’altro il sonetto.

Il sonetto è quello che un certo Wolfgang ai primi dell’ottocento definiva: “il degno scrigno del verso d’oro della poesia italiana: l’endecasillabo”. Tradotto in parole nostre: mejo dell’endecasillabo nun ce sò versi.

Er sonetto è fatto de quattordici endecasillabi.

Cerchiamo di capire: il verso poetico è basato sulle sillabe in cui si può dividere quel verso. Es. “Forza Roma” è formato da 4 sillabe. “Core de Roma” è un quinario (cinque sillabe). “Me batte ‘r core quanno canto l’inno” è un endecasillabo. (dividiamo: me-bat-te’r-co-re-quan-no-can-to-l’in-no).

Indubbiamente la musicalità di un verso fatto da undici sillabe, non ha confronti con altri tipi di metrica (la metrica è quella faccenda che regola i versi poetici).
Il sonetto è formato da quattordici endecasillabi: più musicale di così…. ed è composto di due quartine e due terzine.

Le quartine sono quattro versi che rimano a due a due, le terzine sono tre versi che rimano a due o tre rime.
Leggete questo sonetto di un poeta contemporaneo: il Rugante.

Colori

Quanno che penzo ar “Giallo”… sogno er sole,
rivedo er vento mentre culla er grano,
sento odore de stoppia, che, ruffiano,
m’aricorda la fine de le scole;

sbarbaji de limone e girasole,
colori de ‘n autunno paesano,
o l’emozzione de tuffà la mano
tra queli ricci, pe’ infilà du’ viole.

Poi bacio er “Rosso”: er rosso dell’amore,
de la bandiera che nun butto via
e me tengo inzerrata drento ar core;

volo: cor vino, o co ‘na malatia (1)
che inturcina la gioja cor dolore:
‘sti du’ colori, sò la vita mia!

1=il “tifo”