domenica, dicembre 16, 2018 Anno XV
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E’ il momento, per la memoria del Lupo, di parlare di derby. Che significa una settimana di passione (da un po’ siamo arrivati anche a 15 giorni, si sa, invecchiando….), di sfottò, di attesa spasmodica, di adrenalina incontrollata. I derby, e come potrebbe essere diversamente, è derby e quando ci pensi sembra che siano stati tutti emozionanti anche se finiti 0-0, tutti particolari, tutti uguali eppure diversi. Quale ricordare allora?

04Uno finito con un risultato eclatante? (Montella, Montella, Montella, Montella, Totti!!), quello risolto da un autogol (grande Paolo Negro) per restare ai giorni nostri. O quelli che ti riportano ad epoche ormai passate, quando tutti insieme, amici romanisti e laziali, si andava nello stesso settore dello stadio a vedere la partita, a litigare e prenderci in giro. I derby crudeli persi per un niente, quelli esaltanti vinti dopo tanta astinenza? Quali i personaggi da ricordare, Da Costa e Lovati, Delvecchio e Nesta ma anche Ciccio Cordova e Chinaglia, Manfredini e Rozzoni, Cudicini e Cei? Non si può scegliere, non ci si riesce.

E allora, per non far torto a niente e nessuno, voglio parlarvi del primo derby giocato nello stadio che oggi è la “”casa”” di tutti noi: lo stadio Olimpico, luogo dell’anima del tifoso-maniaco.
E’ il 29 novembre del 1953, l’Italia è un paese in ricostruzione, sui giornali campeggiano le notizie sulla conferenza dell’Aja, embrione dell’Europa unita di oggi, echi della guerra fredda con Occidentali e Russi che forse accettano di incontrarsi in Svizzera,la questione di Trieste italiana da poco. Nel campionato di calcio la Roma è quinta con 13 punti, la Lazio vivacchia in undicesima posizione a quota 9. Si disputa l’undicesima giornata e nel nuovo monumentale stadio Olimpico la due squadre romane si affrontano in un “”pomeriggio quasi primaverile con sole tiepido velato.Terreno perfetto. Imponente cornice di pubblica nella maestosità dello stadio Olimpico.

Circa 80mila spettatori affollati in ogni ordine di posti””, ci racconta con straordinaria prosa l’inviato della Gazzetta dello Sport, Ottavio Baccani. La Roma schiera: Moro; R. Venturi, Cardarelli; Celio, Tre Re, A: Cardarelli; Ghiggia, Pandolfini, Galli, Bronee, Perissinotto.
L’allenatore e Carver. La Lazio, invece: Sentimenti IV; Antonazzi, Montanari; Fuin, Sentimenti V, Bergamo; Puccinelli, Burini (e dove altro poteva giocare uno con un nome così), Vivolo, Bredesen, Fontanesi.
L’allenatore è Sperone. L’arbitro Massaidi Pisa. Al 2′ la Lazio è già al tiro con Vivolo e al 5′ era Puccinelli a scappare sulla fascia e ad operare un cross che però restava senza esito.

Ma è invece la Roma a passare per prima, nonostante l’atteggiamento guardingo col quale ha cominciato la gara. Al 18′ Bronee, talento mai pienamente espresso, seminava il panico sulla sinistra, metteva al centro e la palla giungeva a Galli. Secco diagonale e gol. La Lazio reagiva e Moro veniva chiamato al lavoro al 34′ da una punizione di Fontanesi e un minuto più tardi da un diagonale vi Puccinelli. E giungeva al pareggio al 40′ a seguito di una combinazione Vivolo-Fontanesi-Vivolo che metteva quest’ultimo in condizione di battere da sotto misura e superare Moro per il pareggio.

Il secondo tempo vedeva entrambe le squadre più preoccupate di non subire che desiderose di ottenere la vittoria. Al 28′ l’ennesimo scontro di gioco seguito da scaramucce da una parte e all’altra, portava l’arbitro Massai ad indicare la via degli spogliatoi (non esistevano i cartellini) anzitempo ad Antonazzi e Perissinotto. Questo toglieva definitivamente mordente alla gara.
Uno a uno e via sul tram verso i quartieri di una Roma che avrebbe parlato, sbraitato, sfottuto e smoccolato ancora per una settimana. Come sempre, come oggi.

05ATTILIO FERRARIS IV UN LEONE GIALLOROSSO AD HIGHBURY

Quando Francesco Totti guiderà i giallorossi sul terreno del mitico Arsenal Stadium di Highbury, sarà per lui e per tutti i romanisti come fare un passo nella leggenda. E, ci piace pensare, porterà nel cuore il ricordo e l’esempio di un altro mitico capitano oro e sangue che, ben prima di lui, si è cimentato nella brumosa Londra a guidare i suoi verso una missione impossibile. E il capitano di cui parliamo è Attilio Ferraris IV, il primo ad indossare la fascia sulla maglia giallorossa nella prima partita ufficiale della Roma giocata il 18 luglio 1927 contro la formazione dell’Ute Ujpest (indossare, si far per dire, perchè in realtà l’obbligo del segno distintivo del capitano di una squadra l’International Board lo introdurrà solo nel 1949).

Il 14 novembre 1934 la nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo, appena reduce dal titolo di campione del mondo conquistato a Roma nell’estate di quell’anno, si reca in quel di Londra per sfidare gli inglesi. I quali, allora, non si degnavano di partecipare alla Coppa Rimet, ritenendosi troppo superiori alle squadre del “”Continente””, perchè loro il calcio lo avevano inventato, esportato in tutto il mondo, ne erano maestri indiscussi. Accettarono soltanto una sorta di “”challenge round”” con la squadra che la coppa Rimet l’aveva vinta, sicuri di poterla umiliare sul campo.

Lo scenario che offre l’Arsenal Stadium è imponente, con una grande moltitudine di folla accorsa per l’avvenimento, introdotto da “”musiche di scozzesi che nei loro costumi caratteristici e variopinti e a gambe nude suonano canzonette popolari che gruppi di sportivi accompagnano a piena gola””, ci racconta l’inviato della Gazzetta dello Sport nella sua corrispondenza. Numerosi sono anche i nostri connazionali, riconoscibili da coccarde tricolori appuntate alle giacche. Il campo di gioco, nella più rigorosa tradizione inglese, è semplicemente perfetto. L’Inghilterra, nella quale fanno spicco le presenze di ben sette giocatori dell’Arsenal, schiera: Moss; Male, Hapgood; Britton, Barker, Copping; Matthews (sì, proprio il futuro baronetto, allora poco più che diciannovenne), Bowden, Drake, Bastin, Brook. L’allenatore è Cooch. Il Commissario unico Vittorio Pozzo schiera i campioni del mondo con: Ceresoli; Monzeglio, Allemandi; Ferraris IV (che è anche il capitano degli azzurri), Monti, Bertolini; Guaita, Serantoni, Meazza, Ferrari, Orsi. L’arbitro è lo svedese Olsson , i guardialinee sono Gibbs per l’Inghilterra e De Renzis per l’Italia.

Pronti, via e comincia subito male. Al 2′ è calcio di rigore per gli inglesi, tira Brook, Ceresoli para. Al 3′ l’ala inglese si riscatta e segna il primo gol. Al 4′ Luisito Monti, il nostro centrosostegno, in una mischia ha la peggio e si frattura un piede. Restiamo in dieci, allora non erano ammesse sostituzioni. Pozzo prova a rimediare spostando Ferrari nel ruolo di Monti, Meazza scala a centrocampo. Ma è “”Tillio”” Ferraris che si sdoppia nel ruolo di mediano e centrosostegno, che suona la carica ai suoi, che redarguisce Guaita, rimasto solo nel vivo della difesa dei marcantoni inglesi a mostrare le sue ben note lacune caratteriali. I bianchi d’Inghilterra, approfittando della superiorità numerica, imperversano nell’area di rigore azzurra e vanno altre due volte in gol con Brook al 10′ e Drake al 12′. Ceresoli fa quel che può, limita i danni, ma l’Italia sembra destinata a subire un’umiliante goleada. Il primo tempo finisce 3 a 0.

Nell’intervallo, il Commissario unico Pozzo cerca di spronare i suoi coi soliti racconti delle imprese degli alpini nelle battaglie dell’Isonzo durante la Grande Guerra, ma Ferraris IV e i suoi lo guardano male. Qualcuno racconta che fu “”Tillio”” a prendere in mano la situazione, ad introdurre il “”giuramento”” in uso nella sua Roma. Mano poggiata sul pallone a recitare: “”Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste, chi desiste dalla lotta è un gran fijo de na m…”” Quando tornano in campo gli azzurri appaiono trasformati. Non più intimoriti dal gioco maschio degli inglesi, rispondono colpo su colpo anche sul piano fisico (l’allenatore degli inglesi racconterà che, a fine partita, il suo spogliatoio sembrava un ospedale da campo), e si fanno avanti con foga, guidati dal loro capitano Ferraris IV che al 13′ svelle il pallone dai piedi di Bastin e lo consegna ad Orsi che centra. Meazza è in agguato e fa 3 a 1. Ed è sempre Ferraris IV che 4′ più tardi batte una punizione verso il centro, raccolta ancora da Meazza per il 3 a 2.

Gli inglesi sono ormai tutti in difesa, il portiere Moss si erge a protagonista assoluto. Cala un nebbione fitto su Higbury e giunge la fine della partita con l’Italia ancora alla ricerca del pareggio che però non arriverà. Gli inglesi sugli spalti sono tutti in piedi ad applaudire gli azzurri, vincitori morali di un match che passerà alla storia. Così come tutti gli azzurri passeranno alla storia con l’appellativo di Leoni di Highbury. Ed il più leone di tutti è stato il capitano, Attilio Ferraris IV.

Romano di Borgo Pio, Attilio Ferraris IV era nato il 26 marzo del 1904, cominciò a giocare al calcio nella Fortitudo, arrivando fino alla prima squadra e alla nazionale. Nel 1927 cominciò la sua straordinaria avventura nella Roma con la quale avrebbe giocato fino al 1934 e poi nella stagione 1938-’39. Per 217 volte fu il capitano dei giallorossi (solo Losi e Giannini hanno fatto meglio), anima e condottiero impavido ad incarnare lo spirito di quella Roma testaccina che creò il mito sangue e oro negli anni Trenta. “”Aristocratico e popolare””, lo definiremmo adesso, era anche un raffinato dandy, amante delle auto sportive, delle belle donne e delle scommesse (cavalli e cani gli costarono cifre ragguardevoli per l’epoca), era tanto furente nell’impegno in campo, quanto poco incline alla disciplina di squadra. Il richiamo di una sottana o di un motore di grossa cilindrata lo portava spesso a strafare, così nella primavera del 1934 il presidente Sacerdoti, di fronte all’ennesima “”disavventura”” disciplinare, lo estromise dalla rosa. Rimase senza giocare per mesi, a dedicarsi solo al suo bar in via Cola di Rienzo (locale che esiste ancora oggi) e fu lì che lo scovò mentre giocava al biliardo il Commissario unico Pozzo, fuori allenamento e infiacchito dalle trenta e passa sigarette fumate in un giorno.

Gli strappò la promessa di impegnarsi per rimettersi in forma, ne fece uno dei protagonisti del mondiale vinto dall’Italia nel 1934. Poi, l’8 maggio 1947, a 43 anni, il suo “”Cuor di Leone”” giallorosso lo tradì mentre cercava di gettarsi oltre l’ostacolo in una partita amatoriale fra Veterani e studenti universitari. E lo consegnò alla leggenda…

672Roma-Empoli, si sa, non è esattamente una classica del campionato italiano, non è stata disputata tantissime volte, non stimola particolari ricordi nel tifoso-maniaco giallorosso.
Ma, scava scava, un particolare lo si trova sempre. Un personaggio che ha incrociati i suoi destini fra la Roma e l’Empoli, alla fine riesci a riesumarlo. E allora, ecco che dal segreto cassetto delle reminiscenze salta fuori il nome di Paolo Baldieri.
Nato a Roma il 2 febbraio del 1965 comincia a far parlare di sè con la Romulea, al campo Roma, a poca distanza da Porta Metronia, luogo ormai simbolo per tutti i “”corederoma”” per aver dato i natali al mito vero di tutti i giallorossi, il nostro Capitano.

Baldieri passa alla Roma e va a far parte di una formazione Primavera semplicemente stellare (in attacco schierava: Di Livio, Desideri, Tovalieri, Giannini, Baldieri, tutta roba da Nazionale), che vince lo scudetto, il torneo di Viareggio e fa del settore giovanile della Roma il migliore d’Italia. Poi va a farsi le ossa a Pisa dove, fra serie B e A disputa 67 partite e segna 12 gol, arrivando alla nazionale Under 21 di Vicini (14 presenze e 9 gol) e alle soglie di quella maggiore (Bearzot gli regala una convocazione nel 1986).

Quindi, nella stagione ’86-’87, il ritorno a Roma, accompagnato da grandi promesse e speranze concrete di affermazione. Paolo comincia anche bene, e il 2 novembre del 1986, ad Empoli, sigla una splendida doppietta che consente alla Roma di imporsi sui toscani per 3-1. Ed invece da qui comincia una lunga involuzione, Baldieri non sembra più ritrovarsi, il gol diventa un incubo, un tunnel dal quale non si esce. Ma, il 22 marzo del 1987, all’Olimpico è di nuovo di scena Roma-Empoli.

Baldieri è in panchina, la Roma schiera: Tancredi; Oddi, Baroni; Righetti, Di Carlo, Conti; Bergeen, Giannini, Pruzzo, Ancelotti, Agostini. L’allenatore è lo svedese Eriksson (gran brava persona, ma su di lui sorvoliamo…). Gaetano Salvemini (l’allenatore, non lo storico), schiera il suo Empoli con: Drago; Vertova, Gelain; Brambati, Lucci (che di Baldieri è stato compagno nella Priamvera giallorossa), Salvadori; Urbano, Della Scala, Ekstroem, Casaroli (che dieci anni prima, da ragazzino, nella Roma di Valcareggi ci aveva salvato a suon di gol da una B minacciosa), Baiano.

Il primo tempo finisce, fra stenti e pericoli in contropiede, 0-0. Nella ripresa l’allenatore della Roma (non voglio più nominarlo) getta nella mischia Baldieri. Al 2′ Baroni faceva, 1-0 su assist di Brunetto Conti.
Sembrava la svolta ma 4′ più tardi Salvadori approfittava di una dormita fuori ordinanza della difesa romanista e pareggiava. Ricominciavano gli stenti ma, di riffa o di raffa, la Roma si gettava di nuovo in avanti.

Ed era proprio il piedino di Paolo Baldieri che si intrometteva a deviare alle spalle di Drago un tiro di Bergreen per il definitivo 2-1.
Dunque, in quella stagione, Paolo Baldieri mise insieme 14 presenze e 3 reti. Tutte all’Empoli.
Che, per non saper nè leggere e nè scrivere, la stagione successiva si assicurava il declinante virgulto Baldieri. Il quale, anche se non contribuirà in modo decisivo alle sorti della squadra empolese (27 partite, molte da subentrante, ed una sola rete in una stagione conclusasi con la retrocessione in B dei toscani, dovuta anche ai 5 punti di penalizzazione coi quali erano partiti)non può più nuocerle e farle gol ad ogni occasione.

E’ il 15 maggio del 1955, quando la Roma si reca in quel di Udine ad affrontare la rivelazione del campionato, l’Udinese dei miracoli nella quale si distingue in modo particolare uno svedesino di 24 anni, biondo biondo, la carnagione chiara che più chiara non si può e che qualche tempo dopo gli varrà il nomignolo di “”Raggio di luna””, Arne Selmosson.

650jpgAlla trentunesima giornata l’Udinese è al secondo posto a 40 punti, la Roma al quarto, in condominio con la Fiorentina a 36, con ambizioni in crescita. L’Udinese schiera: Romano, Zorzi, Dell’Innocenti, Snidaro, Pinardi, Magli, Cataldo, Menegotti, Bettini, Selmosson, La Forgia. L’allenatore dei friulani è Bigogno. La Roma risponde con Moro; Stucchi, Losi, Bortoletto, Cardarelli, Giuliano, Ghiggia, Venturi, Cavazzuti, Celio, Pandolfini. L’allenatore era Carver. L’arbitro dell’incontro un giovane che farà strada, Concetto Lo Bello da Siracusa.

E’ un pomeriggio tipicamente autunnale, di pioggia continua, ed il campo è ridotto ad un pantano, ai limiti della praticabilità. La Roma si difende comunque con ordine, non rischia più di tanto nei confronti di un avversario annunciato in grande spolvero, Giuliano, coadiuvato da Venturi, si occupa con grande diligenza dell’astro nascente, Arne Selmosson, limitandone la pericolosità. Un punto può andar bene in casa della vice capolista. Ma al 18? del secondo tempo il portiere Moro in uscita si scontra con l’udinese La Forgia. Nell’impatto ha la peggio e deve uscire lasciando il posto fra i pali a Cavazzuti, improvvisatosi portiere data la bisogna. La Roma, però resiste, Giacomino Losi giganteggia in difesa e addirittura salva sulla linea un tiro di Selmosson (aiutato anche da una pozzanghera). Ma al 38?, il fattaccio.

Menegotti, dopo aver disincagliato il pallone dall’ennesima pozza di fango, da 35 metri indirizza il pallone verso la porta. Il volenteroso Cavazzuti è un portiere fin troppo improvvisato e la sfera gli rimbalza goffamente sul petto e di qui sui piedi di Bettini che, quasi nuotando, la rimette verso la porta. Sulla linea c’è, e come potrebbe essere diverso, Giacomino Losi indisperato recupero ma la sua deviazione sbatte su Selmosson, forse su una mano di Selmosson, che tira ancora in porta. E qui Stucchi, di pugno, la respinge ancora. Ma il futuro “”Raggio di luna”” è ancora appostato bene e stavolta mette dentro. Apriti cielo! Le proteste dei giallorossi sono veementi, se non il fallo di mano, almeno il rigore, che diamine!!! Ma Lo Bello è irremovibile. E’ gol: 1-0 e tutti sotto la doccia.

La Roma schiuma rabbia, ma ha scoperto il giovane Arne Selmosson e già accarezza l’idea di portarselo a Roma, visto che, fra l’altro, a fine stagione l’Udinese sarà retrocessa per illecito sportivo. Ma le follie del conte Vaselli e del presidente Tessaroli portano Arne alla Lazio, che letteralmente si svena per averlo. Tre anni dopo, nell’estate del ‘58, il passivo della Lazio assommerà alla spaventosa (per allora) cifra di 818.558.547 di vecchie lire (certe abitudini biancocelesti non sono certo roba recente, anzi)e i 135 milioni offerti dall’allora presidente romanista Anacleto Gianni rappresentano ossigeno non rinunciabile. Arne Selmosson passa alla Roma, provocando sollevazioni popolari da parte dei laziali.

“”Raggio di luna”” era nato a Sil, il 29 marzo 1931 e si è spento il 23 febbraio dell’anno scorso. Giocò tre stagioni nella Roma, segnando complessivamente 30 reti in campionato (16 nella prima, 13 nella seconda e solo una nella terza). Operava indifferentemente come mezz’ala sinistra (allora si diveva così) e come ala sinistra. Aveva una classe adamantina, uno scatto bruciante ed un tiro fuori dal comune, dati che comunque gli consentirono soltanto 4 presenze nella nazionale del suo paese. Tornò ad Udine nel 1961 (il 27 agosto di quell’anno la prima partita del campionato la giocò ancora contro la Roma!) e vi rimase fino al 1964 quando tornò in patria. E’ l’unico giocatore che nel derby romano ha segnato per entrambe le squadre, ma questa è un’altra storia.