martedì, maggio 22, 2018 Anno XV
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Ci sono sensazioni che si provano all’improvviso, senza preparazione preventiva, ma che ti esplodono dentro.
Si può parlare di Roma-Liverpool in mille modi, da mille angolature, tutte meritevoli di nota, tutte autorevoli.
La Roma è andata oltre i propri limiti, si è vero,
gli errori arbitrali hanno condizionato entrambe le semifinali, è vero anche questo, senza dubbio, e anche i quarti se è per questo.

Ma la nostra chiave di lettura come spesso accade va sul sociale, tema a noi caro in ogni stagione e ad ogni latitudine.
Mai pensavamo di poterci giocare l’accesso alla finale di champions league, probabilmente neanche gran parte dei nostri giocatori avrebbero mai pensato di farlo, ma è successo.

E il 2 maggio 2018 la Roma ha avuto la possibilità di farlo, e ha chiamato a raccolta un popolo.
CoreDeRoma è parte di questo popolo unico e indistinto, senza graduatorie, ognuno come può e per quel che può, ma la nostra storia parte da lontano.

CoreDeRoma nasce a fine anni 90, unendo amici che hanno passato una vita allo stadio, tifando Pierino Prati e Agostino Di Bartolomei, Bruno Conti e Francesco Totti, ma anche Giuliano Musiello e Giannantonio Sperotto. Per anni abbiamo occupato la nostra balconata all’Olimpico, fino a quando la tessera del tifoso, i controlli urticanti, le cervellotiche scelte societarie ci hanno tolto la balconata e la voglia, non di tifare Roma, quello mai, ma di esser parte di un sistema che non condividiamo. Colpa della società, colpa del mondo, forse soprattutto colpa dell’età, che ha reso CoreDeRoma canuta e stempiata.

Però noi che abbiamo una cicatrice doppia sul cuore, sulla quale c’è scritto 30 maggio, e andrà via il giorno in cui porteremo la champions sulla terra che accoglie Agostino, non potevamo non pensare di stare vicino alla Roma nel momento catartico, nel momento in cui probabilmente, come poi è regolarmente avvenuto, avremmo dovuto abbracciarci e stringerci l’un l’altro nel lungo ritorno a casa. E così abbiamo fatto.

Pian piano abbiamo racimolato biglietti, preso la sciarpa, i figli nel frattempo sopravvenuti, e siamo andati allo stadio. E ci siamo ritrovati, uno dopo l’altro: Giggi con Lorenzo e Valerio, Emanuele con il figlio Valerio e con papà Alceo, tre generazioni di tifosi, Pasquino con Massimo e Flavio, Luca con Fabio, e Nancy l’instancabile sognatrice, Kapaccione l’eternauta, Maurizio fratello di sangue e padre, Fabio lo sciamano, Comunardo, Marco pieno d’amore e di rabbia, Andrea, Andrea il bradipo con le sue teorie che se mai venissero applicate avremmo un pianeta diverso, Neno con il figlio Riccardo, tanti, tutti, padri e figli uniti da un sogno che non si realizzerà mai, ma che ci ha cementato nella vita e lo farà per sempre.
Questa è la nostra magia, il nostro tesoro più prezioso, il nostro sogno: noi, i nostri figli, i nostri amici che non ci sono più, la nostra vita di merda, tutti uniti e tutti insieme, da qui all’eternità.
E vaffanculo al mondo, tutto, politico, sportivo, sociale, economico, tecnologico.
Roma 3 maggio 2018