mercoledì, agosto 23, 2017 Anno XV
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Ieri si doveva andare a chiudere una leggenda. Come chiudere tutto in un contenitore troppo piccolo. Trasformare il sentimento in cronaca e l’Araba Fenice in un falò da spiaggia. Non era un compito facile, non ostante ci si fosse preparati a lungo ma a malincuore, rimandando di giorno in giorno come studenti riottosi e lazzaroni. Poi i giorni arrivano, le scadenze arrivano, gli esami arrivano, i conti arrivano, i presidenti arrivano (vedere il nostro è già un evento in se), gli avversari arrivano, arrivano i nemici, i falsi amici, le anime candide, i coccodrilli neri. Arrivano tutti.

Arrivano i tifosi, quelli che ci sono sempre stati, i tottisti, curioso neologismo creato per dividere minuziosamente il Padre dal Figlio e dallo Spirito Santo (la gemmazione il nostro sport preferito), gli occasionali, i cesaroni, i selfisti e quelli che vogliono esserci adesso o mai più, raggiungendo il Tempio dai quattro angoli dell’orbe terracqueo.

In questo grande bailamme tutto appiccicato e appallottolato il nodo gordiano l’ha spezzato ancora lui: il Capitano, facendoci vedere come si gioca a pallone e quale sia lo spessore dell’uomo capace di spogliare la sua animella tremula davanti ad una moltitudine di vampiri sentimentali regalando nel contempo un giorno di quelli che si consegnano al ricordo perenne “dell’io c’ero”.

Però, in tutte le leggende c’è un però, la carriera di Francesco Totti non è finita ieri. La parola fine era stata scritta oramai quasi sette anni fa quando la compagine americana varcó i cancelli di Trigoria. Ricordate? La Roma andava detottizzata prima e de romaninistizzata poi. Depurata dalla pigrizia, dal laissez faire, dal l’influenza della SPECTRE tottiana. Tutto figlio di un paradigma visionario per cui conta lo schema, il trabajo è il sudor. Sano pragmatismo americano.

Differenza tra un somaro è una zebra? Nessuna. In fin dei conti hanno entrambi quattro zampe e due orecchie. O no?

Il settennato ci ha regalato assolute trovate comunicative: il sole sui tetti di Roma, se non gli fate il contratto vado via, se non vinco vado via, se me danno i soldi vado via. La maglia con il 10 spedita a Gerson, il serve o non serve o forse serve poco, solo qualche minutino.

Un contratto dell’ultimo anno ottenuto a suon di goal e prestazioni magistrali. Ultimo anno che è andato come è andato con Mastro Titta da Certaldo alla ricerca continua della provocazione e della contrapposizione, con la dichiarazione del congedo finale affidata all’ultimo arrivato nella Società “dell’Entra te che a me me viè da ride”.

No. La società non si è comportata bene. Il Presidente non si è comportato bene finanche ieri quando svolazzava come i maestri di cerimonia che vogliono rubare la scena agli sposi. L’allenatore non si è comportato bene scazzando con quelli di SKY che, inquadrandolo, gli facevano accumulare bordate di fischi. L’unico minimamente compreso Monchi. Forse perché è stato un giocatore, forse perché c’era passato, forse perché ha capito.

Ma, e in tutte le leggende c’è sempre un ma, ieri è uscita fuori una cosa inattesa. Non sconosciuta, chi scrive ha partecipato ai fasti di Roma-Atalanta, ma dimenticata. Cosa è la Roma. Cosa è la romanità, cosa distingue in tutto il mondo l’AS da una squadra di calcio.

Quel sentimento che zampilla nei quartieri, nelle borgate, nei rioni che si incanala in un fiume carsico per diventare un onda travolgente.

Roma, la Roma, i romani, i romanisti, i tifosi dell’AS Roma. Come c’era scritto ieri? Lo dico al rovescio perché mi suona meglio. La Roma è Totti, noi siamo Totti, noi siamo la Roma. 

Ripartiamo da qua. Ripartiamo da questa riscoperta di orgoglio e partecipazione, di sentimenti, di cuore, di lacrime, di orgoglio di forza e di onore.

Dai bambini con i padri al seguito, dai nonni e dalle nonne, dalle belle donne in età da marito e da quelle maritate.

Da questo presepe giallorosso che è stato l’Olimpico, con là Sud che fa là Sud e con il resto dello Stadio che è tornato l’Olimpico che abbiamo conosciuto: coperto o scoperto.

Ripartiamo da lì. 

E, ma questo valeva solo ieri sera, oggi già non vale più, ad un Presidente che dice “lo stadio entro il 2020 o vado via” una risposta romana: “Sti cazzi!”. Ma non si tratta così un Presidente. O si? Ripartiamo da qua: tutti a sostener la Roma. E, date retta a noi: Se sono Totti, fioriranno.

Ad maiora