venerdì, novembre 22, 2019 Anno XV
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Lettera idealmente indirizzata a Paolo da parte di uno dei nostri corrispondenti, successiva alla sentenza di assoluzione e alla vigilia di nuovo impegno e nuove lotte per chi, nonostante tutto, ancora crede alla giustizia.

Caro Paolo,
in questo pomeriggio grigio, uggioso, invernale mi sento di scriverti una lettera. Una lettera che non so se ti arriverà, che non so se leggerai ma che, tuttavia, mi fa sentire legato a te, perché come ho scritto nel titolo siamo tutti Paolo Scaroni. Anche io come te credo nella verità; anche io come te credo che violenza e omertà vadano combattute prima di tutto da chi rappresenta la legge; anche io come te credo che la cosa peggiore sia la “sicurezza di farla franca”. Sono rimasto disgustato quando leggevo la sentenza a carico dei tuoi aguzzini, e ancor di più quando ho visto che la tua vicenda era relegata a margine, addirittura al di sotto della “latitanza” di Fabrizio Corona. Queste righe non serviranno a darti giustizia, queste righe sono solo il pensiero di un ragazzo che ancora crede nella legge, che nonostante tutto crede nella verità, che dopo Aldovrandi, Sandri, Cucchi, la Diaz ancora crede che si possano fermare gli abusi di potere e le violenze gratuite di coloro che, invece, dovrebbero tutelarci. Riesco ad immaginarti quella mattina, mentre con i ragazzi del gruppo partivi per Verona. Tutti compatti, tutti in treno, allora non si parlava di vendita ai soli residenti, tornelli, modello inglese, divieti di trasferta, biglietti nominali… e la tessera del tifoso era lontana. Posso immaginarti quando salivi su vagoni fatiscenti, lunghi e stretti con i tuoi amici, quando venivi filmato ad ogni movimento, quando venivi perquisito più e più volte e privato di ogni singola libertà (tra cui andare al bar o semplicemente al bagno). Ma non importava, per chi come noi quelle trasferte le ha vissute, ciò non importava. Quello che contava era esserci, era stare fianco a fianco degli amici di sempre e della domenica, era andare a sostenere la squadra in terra “nemica”, e portarla alla vittoria se si riusciva. Dio solo sa perché quel pomeriggio, dopo una partita nella quale non successe veramente nulla (uno scialbo e noioso 0-0), si scatenò la furia animalesca di quelle persone. Colpirono te, potevano colpire chiunque. Successe lì, poteva succedere dovunque. Le botte da orbi, gli insulti, le manganellate al contrario, i cazzotti nello stomaco, gli scudi usati a mo’ di pressa, l’otto contro uno, i verbali trafugati, le riprese manomesse: non è questa la giustizia alla quale credo, non è questa la prerogativa di legge che ho, non è questa la legalità nella quale mi riconosco.
Quando ho sentito il giudice pronunciare “tutti assolti” il primo pensiero è andato ad una canzone, una canzone di un rapper chiamato Emis Killa (all’epoca dei fatti aveva solo 16 anni) che dice “…l’erba cattiva non muore mai quant’è vero, i cattivi in cima e i buoni al cimitero” e ho pensato a te, a Gabriele, a Stefano e a tanti altri, tutte vittime di uno stato “distratto”, con una differenza: tu sei ancora vivo e, come spesso ripeti, puoi raccontare!
Qualcosa dentro mi spinge a credere che forse non sia ancora finita, che questo sia solo il primo tempo e che ci aspetti una lunga ripresa, dove è possibile ribaltare lo svantaggio. Una ripresa come piace a noi tifosi delle curve, da giocare con grinta e con ardore, dove si lotti ad ogni pallone, con i gomiti alti e il sangue negli occhi. Io sono convinto (o almeno lo spero) che quella giustizia e quella legalità per le quali tanti hanno dato lustro e vita torneranno a fare il proprio corso, fino ad allora però noi saremo con te, al di là delle bandiere, al di là dei colori, al di là delle rivalità. Chi con la penna, chi con il computer, chi con la pezza, chi con la voce: tutti combatteremo, perché in fondo tutti siamo Paolo Scaroni.
Giustizia!
Giuseppe Gallozzi, Sport People.

Per Corederoma
Paolo Nasuto