sabato, Febbraio 04, 2023 Anno XXI


C’entra poco con il campionato della squadra di Mazzarri questo titolo. In effetti il team calabrese è una delle più solide e ben organizzate realtà viste all’Olimpico quest’anno e non meriterebbe assolutamente la retrocessione che invece gli è stata confezionata addosso con l’handicap assegnatogli dalla giustizia sportiva.
Comincia una decade giorni al fulmicotone, pieni di appuntamenti che culmineranno con il primo vero D-Day della stagione: il ritorno di CL a Lione.


Per essere sinceri però, avevamo tutti detto, che il match con la Reggina sarebbe stato indicativo della voglia Romanista. Possiamo oggi dire che quest’ultima è rimasta intatta e incontaminata.
Infatti, dopo un inizio pieno di patimenti e il vantaggio abbastanza casuale di Tavano (quindicesimo giallorosso a segno in questo campionato), la squadra ha dominato, governando anche il ritorno degli avversari con un portiere che ha mostrato sul campo un tasso di crescita veramente insperato, altro merito da ascrivere a mister Spalletti che ha scelto e confermato Doni in mezzo alle giaculatorie di moltissimi, tra cui anche noi, che riempivano le tasche di amuleti, santini e cardiotonici quando vedevano scendere in campo il portiere brasiliano.
Se ne va quindi in archivio per quest’anno il confronto con i nostri ex vecchi amici senza trascurare due notarelle di contorno che esauriscono il tema della giornata. La prima è rivolta al silenzio della curva durato una decina di minuti e che indica un malessere e delle motivazioni che vanno oltre l’evento sportivo in se. Quelli bravi, e paraculi, che occupano spazi nella comunicazione romana ben più importanti dei nostri, hanno un atteggiamento alquanto ambivalente nelle questioni legate alla Curva Sud. Alcuni la blandiscono, o ne blandiscono alcuni esponenti, altri invece semplicemenete glissano dicendo che non frequentandola non riescono a interpretarne le dinamiche.
Il nostro atteggiamento invece, sulle cose serie, è improntato al massimo rispetto. Sulle cose meno serie invece qualche sritica la facciamo visto che alcuni atteggiamenti scivolano nel pretestuoso. Nel caso in ispecie (ieri) per esempio non ci è piaciuto che comunque si sia fischiato chi il tifo lo voleva fare comunque. Per molti, oseremmo dire per la maggioranza, l’evento sportivo, la partita, la domenica allo stadio è semplicemenete quello che è. E cioè l’inconsapevole ma importantissimi adesione ad una liturgia collettiva che prescinde, e DEVE prescindere, dai mal di pancia di questo o quel capetto, di questo o quel settore.
Noi vorremmo che si tifasse la Roma e basta, come cerchiamo di fare noi, con tutte le nostre forze e con tutti i nostri limiti organizzativi.
Se qualcuno sentisse il bisogno di catalogare questo nostro atteggiamento ci piacerebbe lo potesse definire “spontaneismo giallorosso”.
Per alcuni di noi sono quasi quarant’anni che va così e non vogliamo certo abdicare adesso.
La seconda notarella invece riguarda l’enorme “rosicata” del Capitano. Mancando in noi l’aspirazione delle mosche cocchiere, manca fatalmente anche quella del tifoso con i paraocchi. E’ inutile e puerile negare come i comportamenti di Francesco Totti in questo momento siano improntati ad uno stato di nervosismo di cui ignoriamo le cause.
Noi, rispettandolo, lo registriamo, senza attribuirgli valenze e senza formulare fantasiose ipotesi, e senza soprattutto scaricare colpe e responsabilità su altri attori delle scene che lo vedono coinvolto (Scala, Campagnolo, Aronica e compagnia).
Ci auguriamo che questa fase passi, consapevoli che lui, suo malgrado, è l’icona di Roma nel suo complesso, rappresentandoci tutti. Nel bene e nel male.
Vogliamo invece testimoniare, scantonando un pò in chiusura, la partecipazione alla straordinaria giornata sportiva del rugby sabato.
L’Italia ha vinto in Scozia e ha superato un traguardo storico, ed è scontato ora spellarsi le mani per atleti eponimi che hanno nomi che sembrano scelti da Age e Scarpelli per film epici come “La Grande Guerra” (Scannavacca, Troncon).
E se la partita degli azzurri ci ha regalato una gioia, il trasalimento vero ce l’ha donato il match tra Irlanda e Inghilterra giocato al Corke Park di Dublino.
Con una atmosfera denso di un umore collettivo stipato di significati e di storia, nessuno della moltitudine irlandese, si è permesso un gesto fuoriposto, anche quello solo di fischiare l’inno “dell’odiato” inglese.
I verdi irlandesi sono andati in campo, hanno giocato alla morte e li hanno sfondati come immaginiamo potesse essere nei loro sogni più rosei. La rinovellazione del mito di Davide e Golia, ed è questo quello che dovrebbe essere per tutti il significato più alto del simbolismo sportivo.
Quando vedi queste cose, ti rendi conto che i fischi e le dimostrazioni esteriori di scherno e di disprezzo sono solo sbertucciamenti che vale la pena lasciare volentieri ad altri.
Ad maiora

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