giovedì, ottobre 17, 2019 Anno XV
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Sembra una battuta di Sordi mentre fa l’americano, ma io lo penso davvero. I videogiochi, la playstation come emblema, sono una delle più grandi rovine che il calcio moderno abbia avuto.

Mi spiego: la mia generazione è cresciuta con il calcio giocato, non nel senso di partita che arriva dopo settimane di chiacchere come si intende adesso, ma nel senso che siamo cresciuti giocando (e la dimensione di gioco era fondamentale) a calcio. Giocavamo ovunque: in casa, a scuola, per strada, tra le macchine, in campetti polverosi, in mezzo al fango o nei posteggi, con oggetti sferici di ogni colore, peso e dimensione, dalle palline da tennis ai palloni della Nivea, quelli grossi come il mappamondo di Chaplin.

Ed abbiamo imparato che la palla non va sempre dove la si vuole mandare, che fare un passaggio giusto era facile almeno quanto farlo sbagliato, che quando si tira in porta (la quale porta spesso era composta da due sassi, o due giubbotti o due zaini e rigorosamente alta solo fino a dove il portiere poteva arrivare stendendo la mano sopra la testa) si può sbagliare, tirare male o piano, colpire il portiere oppure sbucciarla. Abbimao imparato che i calci fanno male, ma si danno e si prendono, che quelli bravi sono bravi e quelli scarsi sono scarsi, ma non si può fare una squadra senza gli uni e gli altri, che la propria squadra è sempre la più forte, che quelli di Firenze sono per la fiorentina, che se avevi il babbo meridionale allora era normale che fossi per il Napoli o per l’Avellino o per il Catanzaro, e se malauguratamente sceglievi di tifare per qualche squadra del Nord ti martellavano fino a che non cambiavi idea.

Noi eravamo cresciuti pensando che il calciomercato fosse una cosa scema, che tanto Antognoni alla Juve non ci andava, che i giocatori in maglia viola erano 11 come gli altri e quindi si partiva comunque alla pari, e che quando veniva la Roma o il Napoli a Firenze, la mamme si preoccupavano e magari quel giorno non ti mandavano allo stadio.

Poi è arrivata la playstation: i giocatori si trasferiscono dal Manchester United al Messina con un tasto, le formazioni si valutano con coefficienti numerici, i giocatori non sbagliano mai uno stop, un passaggio, un tiro in porta, i portieri sono eccezionali, gli attaccanti dribblano come Tomba saltava i paletti, e ogni giocatore sembra Maradona.

E il sudore? E le baruffe? E le prese in giro? E gli amici, la squadra inventata, i nomi assurdi, le scarpe rotte, i ginocchi sbucciati? E la fatica? Non c’è più niente di tutto questo! Non c’è più sforzo, non c’è più eccitazione, non c’è più il gusto di sbagliare fino ad imparare, non c’è più il sapore amaro delle sconfitte che rende dolci le vittorie! Se perdi, semplicemente, basta non salvare il nuovo file!

E non c’è più appartenenza: oggi i bambini tifano per il Real o il Barcellona anche se nascono a Novoli o al Girone, le magliette di Rooney sono più di moda di quelle di Natali, la tua squadra è degna di moda solo se ha un “palmares” invidiabile. Si tifa per chi vince non per chi ti rappresenta.

Insomma il modello culturale della società odierna, quello fatto solo per e da chi vince, si è esteso al calcio e questo grazie anche a oggetti demoniaci come i videogiochi.

A voi vi ha rovinato la playstation: noi che crediamo ancora nel calcio, proviamo a resistere.

Dodicesimouomo

Per Corederoma
Paolo Nasuto