martedì, Giugno 02, 2020 Anno XV
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“Finché esisterà il Colosseo esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma; quando cadrà Roma cadrà anche il mondo.”
(Il Venerabile Beda)

In questo mese L’Anfiteatro Flavio ha restituito le sue segrete all’occhio del visitatore. Interrati nel V secolo, i sotterranei immediatamente sotto l’arena sono stati riaperti al pubblico insieme al terzo anello dove da 33 metri i nostri occhi spaziano dai Fori al Palatino, dall’Altare della Patria al Campidoglio, e da Monte Mario all’Eur.
I sotterranei rappresentano di certo la parte più nascosta ed oscura di questo grandioso “tempio”, che accoglieva nelle proprie viscere i gladiatori che si preparavano allo “spettacolo”.
Di enorme fascino è l’entrata dalla Porta Libitinaria che ai tempi dei fasti e delle fiere veicolava attraverso di sé i gladiatori morti; La Dea Libitina era un’arcaica divinità romana custode dei riti che precedevano la sepoltura dei defunti e sacerdotessa a capo dei Libitinii (coloro che si occupavano della sepoltura). Ma questa entrata suggestiva vedeva scorrere attraverso di sé anche altro: scenografie grandiose raffiguranti ogni cosa, feroci fiere, marchingegni atti a stupire il pubblico e gladiatori sconfitti. Oltre alla porta, ciò che colpisce è il grande corridoio che conduce alle segrete, anch’esse una sorta di “teatro” nascosto. Qui in una semioscurità irradiata solo dalla fioca fiamma delle torce il gladiatore aspettava il suo destino in compagnia del frastuono proveniente da sopra. La vita nell’hypógheios* scorreva paradossalmente frenetica e lentissima, tra la preparazione dello spettacolo, mai banale, e l’addestramento del combattente. La pavimentazione in Opus Spicatum**, mai usata per un sotterraneo, indicava una certa ricercatezza nei particolari anche più nascosti e faceva delle segrete un luogo davvero fascinoso. I congegni, gli argani, i saliscendi, l’antro delle fiere erano solo una parte delle magnificenze “oscure” racchiuse nello scrigno Colosseo.
L’ipogeo venne scoperto nel 1800 e solo nel 1930 venne parzialmente mostrato.
Ciò che venne a galla, oltre ad un vasto ed articolato sotterraneo, fu anche la traccia di un modus vivendi romano: aghi per cucire, dadi, bucce che erano prova del fatto che i romani passavano molte tempo nell’Anfiteatro e che quindi amavano quel genere di ricreazione. Del resto come dargli torto? Spettacoli magistralmente preparati con scenografie che avrebbero fatto invidia a quelle del giorni nostri. Guerrieri strabilianti e adrenalina ai massimi livelli, e la “battaglia” sempre “viva” e pulsante. E non solo.
Il terzo anello regala di sé un’aria diversa dalle segrete: Giù i chiaroscuri della penombra accompagnavano i nefasti pensieri dei combattenti, mentre su il sole e la luce cingevano come in una cornice gli spettatori. La luce e l’altezza, le scenografiche saghe, i fiumi di sangue: questa era la vista che si offriva al tempo del massimo splendore dell’anfiteatro.
Roma dava al Popolo ciò che amava. Roma amava il suo popolo.
La sabbia ed il sangue del Tempio facevano parte dei romani e della romanità più di qualunque altra cosa; la battaglia, l’attesa, lo scontro, l’imprevisto, il colpo di scena, il Sangue ed il Giudizio.
Il momento dove il braccio ordina la mano verso quel gesto arrivato famoso fino ai nostri giorni.
Un momento esaltante per il popolo al quale, a volte, s’affidavano le sorti del combattente quasi sempre condannato.
Oggi resta l’idea di tutto questo ed una architettura che permette alla nostra mente l’elaborazione di ciò che fu. La sensazione è che davvero Roma non finirà mai, perché i suoi simboli, a distanza di secoli, ancora oggi suscitano emozioni e sono capaci di farci viaggiare nel tempo. Questa è l’Urbe. Un mondo nel mondo che ha regalato a se stesso l’immortalità, facendone dono anche agli uomini che hanno ed hanno avuto la fortuna di calpestare il suo sacro suolo.


* ipogeo, sotterraneo, sepolcro.
**opera spicata, pavimento in laterizio.