mercoledì, settembre 18, 2019 Anno XV
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Un applauso lungo e sentito. Un abbraccio forte che circonda tutta la squadra, compreso chi ha dato di meno, non è questo il tempo delle somme, è tempo di essere fieri di aver lottato fino all’ultimo minuto per la vittoria finale. Lottare lealmente, senza aiuti pesanti, senza indirizzamenti, senza l’elemosina per illuminare periodi bui.

I nostri punti, ottantadue, sono lindi come la neve appena caduta. Potevano essere di più questo è vero, alcuni sono stati buttati ma altri sono stati portati via. Strappati dalle nostre mani e dai nostri cuori e quando la differenza è minima il loro peso specifico determina se stai di qua o di là.

Ha vinto l’Inter e dovremmo fargli i complimenti, come recita il copione non scritto e interpretato dal circo calcio. Questa volta noi ci sottraiamo a questa ipocrisia, e non perchè siamo rosiconi mio caro Stefani De Grandis, ma perché riteniamo questa vittoria falsata e non meritata in pieno.

Sposiamo senza pensarci un attimo le dichiarazioni di DDR, un guerriero forte e vero, che non ha la necessità di mantenere un teatrino messo su in modo patetico dagli ‘addetti’ ai lavori.

L’ostile Catania ci ha accolto in malo modo mentre a Parma si stendevano tappetini e si aprivano le porte alla nutrita rappresentanza nerazzurra. Il centenario con lo scudetto non si nega a nessuno, perchè rovinare una celebrazione cosi importante?

Eppure la vetta l’avevamo raggiunta e abbiamo respirato aria pulita per un po’. Consapevoli che non sarebbe durata ce lo siamo goduto questo panorama pieno di luce. Abbiamo lasciato sì il posto agli altri ma solo quello. Ciò che ai nostri occhi era il paradiso per loro era l’inferno. Niente sole per loro, ma foschia e nebbia che gli impedisce di vedere lontano. È vero siete sul gradino più alto ma a cosa serve se non riesci a condividere questa gioia perché tutto è offuscato e inevitabilmente sporcato dalla realtà dei fatti?

L’ultimo atto non si conclude con una vittoria perché a Catania sono saltate tutte le norme di sicurezza. Il campo circondato da centinaia di persone, attacchi ai pullman, attacchi ai cronisti. Peccato davvero che non siano retrocessi, peccato perché le scene patetiche della panchina di casa avrebbe meritato il giusto palcoscenico il prossimo anno, la serie cadetta.

Il meraviglioso gol di Vucinic aveva dato la spinta ad una Roma apparsa stanca ma capace di tirare fuori l’orgoglio e giocarsela il più possibile.

I rosso-celesti nella ripresa ce l’hanno messa tutta, le hanno provate tutte, sempre tra un insulto e l’altro, per ottenere quel punticino salvezza. Con grosso rammarico ci sono riusciti, poco male per noi visto che ormai a Parma il giallo era diventato nero.

Dispiace perché il duro lavoro meritava ben altro premio. Il capitano ha avuto una stagione maledetta conclusasi nel peggiore dei modi. Altre assenze lunghe hanno pesato ma a differenza di come ci dipingono non stiamo qui a piangerci addosso.

Noi siamo comunque felici perché lottare è vita, perché provarci e avere i numeri per farlo ti fa sentire vivo. Deve essere dura stazionare in mezzo, senza essere nè carne nè pesce, senza un obiettivo, senza una meta. Finisci inevitabilmente a cercare gioie nella soddisfazioni altrui. Visto che non hai i mezzi per essere il protagonista ti riduci a comparsa e spesso a farsa. Trentasei punti in più ci permettono di non sentire i cattivi odori che provengono da certi lidi.

Ringraziamo il nostro presidente, il creatore di una Roma che ti fa camminare a testa alta in Italia e in Europa. La società, con meno mezzi di altri, ci ha portato per il secondo anno di seguito tra le prime otto nel continente. Li dove i nerazzurri hanno provato a bussare ma nessuno gli ha aperto, forse perché da quelle parti non si trovano maggiordomi compiacenti.

Lo scorso anno non ci fu battaglia, questa stagione ci ha tenuti li incollati ai nostri posti soffrendo e gioendo, imprecando e maledicendo. Oggi non siamo delusi perché quando si fa il massimo non si può provare questo sentimento. Abbiamo accettato con serenità questo verdetto voluto dagli dei ma non meritato dagli umani.

Ci sarà un ultimo atto, una finale di coppa Italia dal sapore aspro, una partita per ribadire che siamo l’avversario più duro in circolazione. Vogliamo lottare alla pari e chi è più forte vince, solo cosi riconosciamo l’onore delle armi.

petraur@corederoma.net

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